Note di economia, politica e tecnologia

La situazione internazionale

Esteri

Gerusalemme, il permesso che chiude le scuole (english.wafa.ps)

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Le scuole cristiane di Gerusalemme hanno sospeso le lezioni dopo il mancato rinnovo dei permessi d’ingresso per oltre 70 insegnanti e dipendenti residenti in Cisgiordania. La protesta coinvolge più di 8.500 studenti e continuerà finché il personale non potrà raggiungere gli istituti.

Questi sono i fatti comunicati dal Segretariato delle istituzioni educative cristiane e riscontrati da più testate. Non è emersa, al momento della pubblicazione, una spiegazione pubblica delle autorità israeliane sul mancato rinnovo: attribuire un’intenzione ulteriore sarebbe quindi arbitrario.

L’effetto politico, invece, è già visibile. Un sistema amministrativo presentato come strumento di sicurezza può fermare un intero pezzo di scuola senza bisogno di un ordine di chiusura. Il controllo non compare sulla lavagna, ma decide chi può entrare in aula e chi resta fuori.

https://english.wafa.ps/Pages/Details/174268

Torna la guerra a Hormuz, tra raid "difensivi" e narrazioni di comodo (ansa.it)

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Le forze statunitensi hanno colpito il 31 agosto due lanciatori iraniani sull'isola di Larak, nello stretto di Hormuz. Il Centcom definisce l'azione difensiva, sostenendo di aver anticipato un lancio di missili carichi di mine navali da parte dei pasdaran verso lo stretto. Teheran conta due morti e due feriti tra le proprie forze, e risponde colpendo con missili le basi americane di Muwaffaq Salti e Aqaba, in Giordania: quasi tutti i missili sarebbero stati intercettati, secondo fonti statunitensi, senza danni rilevanti.

Il linguaggio scelto da Washington, un'azione difensiva per un raid che colpisce per primo installazioni militari su suolo iraniano, meriterebbe più attenzione di quanta ne riceva. È lo schema retorico già visto nei mesi precedenti di questo conflitto a bassa intensità: si colpisce, si etichetta come prevenzione, e si lascia che sia la controparte a portare il peso simbolico dell'escalation quando risponde. Il presidente iraniano Pezeshkian dichiara di non volere la guerra ma promette risposta alle aggressioni: una postura speculare a quella americana, e altrettanto poco verificabile nelle reali intenzioni.

Nel frattempo lo stretto di Hormuz, da cui transita una parte rilevante del petrolio mondiale, torna a essere terreno di scontro diretto tra le due potenze, con una superpetroliera in fiamme secondo le prime ricostruzioni. Le cancellerie occidentali, per ora, si limitano a osservare.

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/08/31/tornano-i-raid-usa-in-iran-attacco-su-larak.-teheran-prende-di-mira-le-basi_d6d9581a-b7ae-4731-b009-3307af788336.html

Iran, nuovi raid USA su Larak: un'altra guerra senza nome (ansa.it)

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Gli Stati Uniti hanno colpito nuovi lanciatori iraniani sull'isola di Larak, nello stretto di Hormuz. Teheran ha risposto colpendo basi americane in Giordania, mentre una petroliera avrebbe preso fuoco nello stretto: la sequenza, riportata da agenzie e testate internazionali, segna l'ennesima escalation di un confronto militare che dura ormai da mesi senza essere mai stato definito, né tantomeno dichiarato, come guerra.

È proprio questa la contraddizione più stridente: Washington conduce operazioni militari dirette contro un altro Stato senza un voto del Congresso né un dibattito pubblico all'altezza della posta in gioco, mentre buona parte della copertura mediatica internazionale continua a trattare i raid come episodi isolati anziché come tappe di un conflitto in espansione geografica, dalla Giordania agli Emirati.

Le cancellerie occidentali, dal canto loro, continuano a invocare la "de-escalation" mentre offrono coperture politiche e logistiche che la rendono poco credibile. Il nodo resta lo stesso di sempre: chi decide, con quale mandato, e chi ne risponde politicamente mentre l'escalation prosegue di settimana in settimana.

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/08/31/tornano-i-raid-usa-in-iran-attacco-su-larak.-teheran-prende-di-mira-le-basi_d6d9581a-b7ae-4731-b009-3307af788336.html

Hormuz, la tregua che spara (apnews.com)

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Gli Stati Uniti hanno colpito due lanciatori iraniani sull’isola di Larak, nello Stretto di Hormuz: è la prima azione militare americana nota contro l’Iran dalla fine di luglio. Il Comando centrale sostiene che le Guardie rivoluzionarie stessero preparando razzi capaci di disseminare mine; Teheran conferma vittime e promette una risposta.

I fatti verificati finiscono qui. La motivazione preventiva è quella americana, non una prova indipendente; la minaccia di rappresaglia è quella iraniana, non ancora un’azione. Ma il dato politico è già evidente: la pausa nei combattimenti non era una tregua, era soltanto un intervallo deciso da chi conserva il diritto di premere il grilletto.

Washington dice di proteggere la libertà di navigazione nel passaggio energetico più delicato del mondo. Il problema è che ogni colpo sparato per difendere Hormuz rende Hormuz più pericoloso. È la contraddizione classica della deterrenza: promette stabilità mentre ne alza continuamente il prezzo.

https://apnews.com/article/6b098da673ac3161a266ee459d5eff44

Lipsia, i droni e la fretta di accusare Mosca (it.euronews.com)

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I fatti. Tra i primi giorni e la fine di agosto 2026, all'aeroporto di Lipsia/Halle sono stati individuati tre droni carichi di esplosivo: uno ha colpito un cargo della DHL, un altro conteneva quello che si ritiene essere materiale di tipo militare. La procura federale tedesca indaga per un possibile grave attacco alle infrastrutture di trasporto e logistica del Paese.

Secondo indiscrezioni riprese da più testate, il cancelliere Friedrich Merz sarebbe pronto ad attribuire formalmente la responsabilità alla Russia, con un pacchetto che includerebbe nuove sanzioni europee e ulteriori forniture di armi all'Ucraina — una svolta di cui a Berlino si parla già come "Zeitenwende 2.0". Il governo, però, frena ufficialmente: un portavoce ha dichiarato che l'esecutivo "non intende partecipare a speculazioni", e nessuna prova è stata finora resa pubblica.

Resta la distanza, tutt'altro che nuova, tra la cautela istituzionale dichiarata e le anticipazioni di stampa che già danno per scontate accuse formali e contromisure. Se le prove ci sono, non è chiaro perché non vengano mostrate prima di annunciare sanzioni e nuove armi; se non ci sono ancora, resta da capire perché la responsabilità russa venga comunque data quasi per certa nei retroscena.

https://it.euronews.com/my-europe/2026/08/29/attentato-con-droni-a-lipsia-merz-prepara-misure-contro-la-russia

Sessantacinque miliardi di barili, zero pagine pubbliche (apnews.com)

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Donald Trump e la presidente venezuelana ad interim Delcy Rodríguez hanno annunciato un accordo su diciassette giacimenti con riserve stimate in 65 miliardi di barili. Una nuova società, partecipata dal governo statunitense e da un operatore privato ancora senza nome, avrebbe concessioni centennali; agli Stati Uniti spetterebbe il 55% della produzione effettiva, tra quota proprietaria e acquisti a prezzo di costo.

Trump lo chiama il più grande accordo petrolifero della storia. Caracas promette 100 miliardi di dollari d’investimenti e 209 miliardi di entrate fiscali. Ma il testo non è stato pubblicato, l’operatore non è noto e non è chiaro chi finanzierà il recupero di infrastrutture logorate da anni di crisi. Anche l’impatto sui prezzi richiederebbe anni, non un post celebrativo.

La grandezza delle cifre rende più grave, non meno grave, l’assenza di trasparenza. Quando una risorsa nazionale viene impegnata per un secolo, la domanda non è soltanto quanti barili arriveranno sul mercato: è chi ha ricevuto il diritto di estrarli, con quale controllo democratico e a beneficio di chi. La geopolitica del petrolio torna alla sua forma più sincera: la sovranità scritta in piccolo.

https://apnews.com/article/c229bc39b6e1a3d5dd16f7f9e67fef3f

Il golpe divora i golpisti (apnews.com)

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Soldati ammutinati hanno sequestrato commilitoni nella base aerea 101 di Niamey e aperto il fuoco contro siti sensibili della capitale, mentre spari ed esplosioni raggiungevano anche la zona del palazzo presidenziale. La giunta del Niger sostiene di stare riprendendo il controllo; i ribelli risultano ancora asserragliati nella base accanto all’aeroporto.

Il generale Abdourahamane Tiani prese il potere con un golpe nel 2023 promettendo sovranità e sicurezza. Ha rotto con i partner occidentali e avvicinato il Paese alla Russia, ma la violenza jihadista è proseguita e ora la frattura attraversa lo stesso esercito su cui il regime fonda la propria legittimità.

Non è la prova che il vecchio ordine funzionasse. È la prova che sostituire le istituzioni con le uniformi non produce automaticamente stabilità: sposta soltanto il conflitto dentro la caserma. Quando il potere nasce dal precedente delle armi, prima o poi qualcun altro può rivendicare lo stesso metodo.

https://apnews.com/article/77d0c701e5729f2779580ea557e0a2c3

La tortura cancella la prova (cbsnews.com)

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Un giudice militare statunitense ha escluso dal processo le confessioni rese nel 2007 all’FBI da Khalid Sheikh Mohammed, accusato di aver ideato gli attentati dell’11 settembre. L’accusa non ha dimostrato che quelle dichiarazioni fossero volontarie: prima dell’interrogatorio dell’FBI, Mohammed era passato per le prigioni segrete della CIA e per il waterboarding.

La decisione non assolve l’imputato e non cancella le altre prove. Cancella però una confessione centrale, mentre il processo è fissato provvisoriamente al 2028: ventisette anni dopo la strage. È il risultato istituzionale di una scorciatoia scelta in nome dell’emergenza e trascinata per un quarto di secolo dentro l’aula.

La tortura non ha reso la giustizia più rapida né più solida. Ha consegnato alla difesa l’argomento più potente, all’accusa un fascicolo contaminato e alle famiglie delle vittime un’attesa interminabile. Lo Stato che rinuncia alle proprie regole per punire il terrorismo finisce spesso per punire soprattutto il proprio processo.

https://www.cbsnews.com/news/judge-throws-out-confession-alleged-911-mastermind-khalid-sheikh-mohammad/

Il drone russo, il deposito sotto casa (apnews.com)

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Un attacco russo contro un magazzino a Myla, nella regione di Kyiv, ha innescato un incendio e una serie di esplosioni: almeno 27 morti, decine di feriti, più di cinquanta abitazioni danneggiate. La responsabilità dell’attacco è di Mosca; il conto umano, però, non si esaurisce nell’identità di chi ha lanciato il drone.

Volodymyr Zelensky ha annunciato un procedimento per negligenza e ricordato una regola che non dovrebbe aver bisogno di essere riscoperta dopo una strage: le munizioni non si tengono accanto alle case. Un ricovero per anziani e disabili è stato danneggiato, centinaia di persone evacuate.

Dire entrambe le cose non significa distribuire colpe per comodità diplomatica. Significa rifiutare la contabilità propagandistica in cui denunciare un errore ucraino assolverebbe la Russia, o condannare la Russia renderebbe intoccabili le responsabilità ucraine. I civili non sono uno scudo retorico: proteggerli resta un dovere anche sotto le bombe.

https://apnews.com/article/4be42e27897bf45797a0cf3758be5eaf

Ratcliffe a Mosca in segreto, mentre Washington dice "non è la nostra guerra" (ilfattoquotidiano.it)

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Il direttore della CIA John Ratcliffe è volato in segreto a Mosca martedì scorso, prima visita nota di un capo dell'intelligence americana in Russia dal 2021. Secondo Washington Post e Wall Street Journal, l'incontro avrebbe riguardato la guerra in Ucraina, le sanzioni contro Teheran e forse la sorte di un cittadino americano detenuto in Russia. Nello stesso periodo l'Ucraina avrebbe accettato di sospendere gli attacchi a lungo raggio sul territorio russo.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha smentito trattative concrete, parlando di negoziati "in pausa" e di assenza di "nuove idee", mentre il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha liquidato le visite di Ratcliffe e dell'inviato vaticano Gallagher come semplice "desiderio di dialogo", chiedendo però pubblicamente come un'amministrazione che si dice estranea a "una guerra ereditata da Biden" continui di fatto a sostenere Kiev.

Nessuno dei protagonisti conferma ufficialmente nulla: Casa Bianca, Cremlino e CIA tacciono, e i dettagli filtrano solo da fonti anonime alla stampa americana. Il risultato è una diplomazia di guerra condotta per interposta fuga di notizie, mentre sul terreno gli attacchi proseguono - dai raid ucraini sulle raffinerie russe alle tensioni nel Mar Nero - e le cancellerie si limitano a smentire o minimizzare ogni passo avanti.

https://www.ilfattoquotidiano.it/mondo/live-post/2026/08/28/ucraina-russia-lavrov-ratcliffe-gallagher-intelligence-trump-iran/8490495/