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La situazione internazionale

Esteri

Ceuta: Sánchez scagiona il Marocco, la UE si scopre assente (adnkronos.com)

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A un mese dall'ingresso irregolare di decine di migliaia di persone dal Marocco verso l'enclave spagnola di Ceuta, il premier Pedro Sánchez ha detto in Parlamento quello che per settimane si era solo insinuato: l'intelligence spagnola non ha trovato prove che il Marocco abbia pianificato o orchestrato l'afflusso del 30-31 luglio. Resta il richiamo, già arrivato ad agosto, all'ambasciatore marocchino per dichiarazioni giudicate "inaccettabili" su Ceuta e Melilla, e resta soprattutto la sensazione di una crisi raccontata a colpi di sospetti più che di fatti verificati.

Più che il Marocco, nel racconto di Sánchez a finire sul banco degli imputati è l'Unione europea, accusata di non aver mostrato la solidarietà promessa a uno Stato membro alle prese con un'emergenza migratoria di quella scala. Madrid ora chiede per Ceuta lo status di regione ultraperiferica per accedere a fondi e deroghe comunitarie: una richiesta che arriva puntualmente dopo che l'assenza di sostegno concreto si è già consumata, non prima.

C'è infine il capitolo forse più scomodo, quello della disinformazione: le intelligence europee hanno documentato il ruolo di account legati a ecosistemi mediatici russi e filo-israeliani, insieme a settori dell'estrema destra, nella diffusione della narrazione di un ingresso "facile" e senza conseguenze a Ceuta. Una crisi migratoria reale, usata da attori esterni come materiale propagandistico, mentre governo spagnolo e istituzioni europee si sono mossi, ciascuno a modo proprio, con settimane di ritardo.

https://www.adnkronos.com/internazionale/esteri/ceuta-crisi-migranti-ruolo-marocco-spagna-sanchez_2rb3clSUV5kHhcS7yHZjB2

Ceuta, il rapporto che Madrid non chiama prova (efe.com)

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Pedro Sánchez ha detto al Congresso che non esistono prove solide che il Marocco abbia pianificato o diretto l’ingresso di massa a Ceuta del 30 e 31 luglio. Ma un rapporto della polizia trasmesso all’Audiencia Nacional descrive l’operazione come pianificata e colloca tra organizzatori ed esecutori persone legate alle forze di sicurezza marocchine. Un’altra nota interna precisa però che non è stata attribuita la regia intellettuale a un governo, servizio o individuo.

Questi elementi non dimostrano che Rabat abbia ordinato l’operazione, e dirlo sarebbe scorretto. Dimostrano però che la formula «non ci sono prove» nasconde una distinzione politicamente comoda: non c’è una firma del governo marocchino, ma ci sono indizi investigativi abbastanza seri da essere inviati a un giudice.

Sánchez difende la prudenza diplomatica; l’opposizione la chiama copertura. Nel mezzo resta Ceuta, dove una crisi umanitaria è diventata anche una disputa sulla trasparenza dello Stato. Quando il rapporto con un vicino strategico obbliga a pesare ogni parola, il confine tra cautela e rimozione diventa il vero caso politico.

https://efe.com/espana/2026-09-03/sanchez-comparecencia-congreso-ceuta/

Cuba, il silenzio di Stato sulla salute di Raúl Castro (lapresse.it)

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Secondo quanto riportato dal quotidiano Diario Las Américas e ripreso da diverse testate internazionali, Raúl Castro, 95 anni, sarebbe ricoverato in condizioni gravissime dopo un ictus, attaccato a macchine per la respirazione artificiale. La notizia, diffusa il 2 settembre, arriva dopo giorni di voci — mai confermate né smentite — sulla sua morte, e dopo l'assenza dell'ex presidente dalle celebrazioni per il 73esimo anniversario dell'assalto alla Moncada, evento a cui pure era comparso pubblicamente solo a metà agosto. Va detto con chiarezza: nessuna fonte ufficiale cubana ha confermato la notizia, e l'intero racconto poggia, al momento, su fonti giornalistiche esterne e indiscrezioni diplomatiche, tanto che i resoconti usano sistematicamente il condizionale.

Il punto politico non è tanto la salute di un uomo di 95 anni, quanto il funzionamento — o meglio il non funzionamento — dell'informazione pubblica a Cuba: un regime che si è sempre presentato come garante della sovranità del popolo cubano tratta la salute dei propri vertici come segreto di Stato, lasciando che la notizia circoli per vie informali mentre L'Avana osserva un silenzio totale. È lo stesso schema già visto anni fa con Fidel Castro: l'opacità come strumento di governo, in un paese attraversato da crisi economica e malcontento sociale che un vuoto di potere, vero o presunto, rischierebbe di aggravare ulteriormente.

Finché non arriverà una conferma — o una smentita — da fonti ufficiali cubane, la notizia resta nel campo delle indiscrezioni verificate solo nella loro circolazione, non nel loro contenuto: sappiamo con certezza che se ne parla, non sappiamo con certezza cosa sia realmente accaduto.

https://www.lapresse.it/esteri/2026/09/02/cuba-il-generale-raul-castro-sarebbe-gravissimo-dopo-un-ictus/

Medio Oriente, l’America allunga la guerra (armytimes.com)

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Gli Stati Uniti stanno prolungando fino al 2027 la permanenza in Medio Oriente di alcune unità schierate durante la guerra con l’Iran. Parti dell’82ª Divisione aviotrasportata resteranno nella regione per un anno; il dispositivo americano conta circa 50 mila militari in allerta, mentre comandanti di più teatri avrebbero segnalato al Pentagono il rischio di consumare uomini, mezzi e capacità destinati altrove.

Non è l’annuncio di una nuova offensiva, ma è molto più di una semplice rotazione amministrativa. Quando missioni nate come risposta all’emergenza diventano calendari che arrivano all’anno successivo, la temporaneità è già una formula burocratica. Washington mantiene aperta l’opzione militare mentre ammette, nei fatti, che la crisi non ha una scadenza credibile.

La contraddizione strategica è evidente: presidiare il Medio Oriente per contenere l’Iran significa sottrarre attenzione e risorse agli altri fronti che gli stessi vertici americani definiscono prioritari. Una guerra può restare formalmente senza fine dichiarata; basta continuare a prorogarne i turni.

https://www.armytimes.com/news/your-military/2026/08/31/82nd-airborne-soldiers-have-middle-east-deployment-extended-out-to-a-year/

Hormuz, la guerra che nessuno chiama guerra (agi.it)

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Nello Stretto di Hormuz gli Stati Uniti hanno colpito obiettivi delle Guardie della Rivoluzione iraniane, secondo quanto riferito dal Centcom, in risposta a tentativi di sabotaggio contro navi mercantili e personale militare americano nella zona. Poche ore dopo Teheran ha risposto con missili e droni contro basi statunitensi nella regione, mentre il presidente iraniano Massoud Pezeshkian, a colloquio con Putin, ha promesso la vittoria bollando l'attacco americano come ingiustificabile.

Donald Trump, dal canto suo, ha minacciato via Truth Social una rappresaglia "di portata e intensità molto maggiori" se l'Iran dovesse reagire ulteriormente, la stessa retorica muscolare già sentita nei round precedenti di un'escalation che dura da mesi. Ogni parte si dichiara vittima ed ognuna rivendica la propria azione come mera "difesa": è il linguaggio tipico delle guerre che nessuno chiama guerra, finché il prezzo del petrolio, salito di oltre il 4% in poche ore, non lo ricorda a tutti.

Nel frattempo si contano vittime civili, almeno due morti in un attacco vicino Sirik durante un matrimonio, e danni a infrastrutture energetiche, mentre le cancellerie occidentali, Italia compresa, si limitano ad auspicare "moderazione". Una formula che si ripete a ogni escalation e che finora non ha fermato nessuna delle due parti.

https://www.agi.it/estero/news/2026-09-01/usa-iran-guerra-38822622/

Il Pacifico, 580 milioni di influenza (it.marketscreener.com)

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Stati Uniti e Australia hanno annunciato complessivamente circa 580 milioni di dollari di nuovi impegni per le isole del Pacifico durante il Forum regionale a Palau. Canberra destina circa 430 milioni alla lotta contro il narcotraffico, con sorveglianza aerea e formazione; Washington ha annunciato oltre 150 milioni per energia, infrastrutture, sanità e sicurezza.

Le cifre e i programmi sono confermati dagli annunci governativi e da Reuters. È un’interpretazione, invece, leggere ogni dollaro come semplice acquisto di fedeltà: i progetti rispondono anche a bisogni reali di paesi piccoli e vulnerabili.

Ma il contesto non è neutrale. Il presidente di Palau aveva chiesto alle grandi potenze di non trasformare il Forum in un teatro della competizione geopolitica, mentre Pechino contestava la presenza taiwanese. La risposta delle potenze è arrivata nella lingua più universale della diplomazia: fondi, sicurezza e una gara a chi si presenta come il partner meno interessato.

https://it.marketscreener.com/notizie/usa-e-australia-stanziano-580-mio-usd-a-sostegno-delle-isole-del-pacifico-ce7858d2dd88f027

Washington colpisce, Teheran rilancia (internazionale.it)

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Gli Stati Uniti hanno avviato una nuova serie di attacchi contro obiettivi dei Guardiani della rivoluzione in Iran. Il Centcom li presenta come risposta a tentati attacchi contro la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz e contro militari americani nella regione. Teheran ha poi annunciato una rappresaglia con missili e droni contro interessi statunitensi.

L’avvio dei raid americani è confermato direttamente dal comando militare Usa e da Reuters e AP. L’annuncio della risposta iraniana proviene invece dai media di Stato e semiufficiali: bersagli colpiti, danni e bilancio restano ancora da verificare in modo indipendente.

Poche ore prima il presidente iraniano Pezeshkian offriva di tornare all’intesa di giugno se Washington avesse rispettato i propri impegni. La diplomazia continua dunque a parlare al condizionale mentre le armi coniugano tutto al presente: ciascuna parte definisce la propria escalation una risposta e lascia all’altra la responsabilità del primo colpo.

https://www.internazionale.it/ultime-notizie-reuters/2026/09/01/us-striking-iranian-targets-around-strait-of-hormuz-axios-reports

Gerusalemme, il permesso che chiude le scuole (english.wafa.ps)

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Le scuole cristiane di Gerusalemme hanno sospeso le lezioni dopo il mancato rinnovo dei permessi d’ingresso per oltre 70 insegnanti e dipendenti residenti in Cisgiordania. La protesta coinvolge più di 8.500 studenti e continuerà finché il personale non potrà raggiungere gli istituti.

Questi sono i fatti comunicati dal Segretariato delle istituzioni educative cristiane e riscontrati da più testate. Non è emersa, al momento della pubblicazione, una spiegazione pubblica delle autorità israeliane sul mancato rinnovo: attribuire un’intenzione ulteriore sarebbe quindi arbitrario.

L’effetto politico, invece, è già visibile. Un sistema amministrativo presentato come strumento di sicurezza può fermare un intero pezzo di scuola senza bisogno di un ordine di chiusura. Il controllo non compare sulla lavagna, ma decide chi può entrare in aula e chi resta fuori.

https://english.wafa.ps/Pages/Details/174268

Torna la guerra a Hormuz, tra raid "difensivi" e narrazioni di comodo (ansa.it)

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Le forze statunitensi hanno colpito il 31 agosto due lanciatori iraniani sull'isola di Larak, nello stretto di Hormuz. Il Centcom definisce l'azione difensiva, sostenendo di aver anticipato un lancio di missili carichi di mine navali da parte dei pasdaran verso lo stretto. Teheran conta due morti e due feriti tra le proprie forze, e risponde colpendo con missili le basi americane di Muwaffaq Salti e Aqaba, in Giordania: quasi tutti i missili sarebbero stati intercettati, secondo fonti statunitensi, senza danni rilevanti.

Il linguaggio scelto da Washington, un'azione difensiva per un raid che colpisce per primo installazioni militari su suolo iraniano, meriterebbe più attenzione di quanta ne riceva. È lo schema retorico già visto nei mesi precedenti di questo conflitto a bassa intensità: si colpisce, si etichetta come prevenzione, e si lascia che sia la controparte a portare il peso simbolico dell'escalation quando risponde. Il presidente iraniano Pezeshkian dichiara di non volere la guerra ma promette risposta alle aggressioni: una postura speculare a quella americana, e altrettanto poco verificabile nelle reali intenzioni.

Nel frattempo lo stretto di Hormuz, da cui transita una parte rilevante del petrolio mondiale, torna a essere terreno di scontro diretto tra le due potenze, con una superpetroliera in fiamme secondo le prime ricostruzioni. Le cancellerie occidentali, per ora, si limitano a osservare.

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/08/31/tornano-i-raid-usa-in-iran-attacco-su-larak.-teheran-prende-di-mira-le-basi_d6d9581a-b7ae-4731-b009-3307af788336.html

Iran, nuovi raid USA su Larak: un'altra guerra senza nome (ansa.it)

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Gli Stati Uniti hanno colpito nuovi lanciatori iraniani sull'isola di Larak, nello stretto di Hormuz. Teheran ha risposto colpendo basi americane in Giordania, mentre una petroliera avrebbe preso fuoco nello stretto: la sequenza, riportata da agenzie e testate internazionali, segna l'ennesima escalation di un confronto militare che dura ormai da mesi senza essere mai stato definito, né tantomeno dichiarato, come guerra.

È proprio questa la contraddizione più stridente: Washington conduce operazioni militari dirette contro un altro Stato senza un voto del Congresso né un dibattito pubblico all'altezza della posta in gioco, mentre buona parte della copertura mediatica internazionale continua a trattare i raid come episodi isolati anziché come tappe di un conflitto in espansione geografica, dalla Giordania agli Emirati.

Le cancellerie occidentali, dal canto loro, continuano a invocare la "de-escalation" mentre offrono coperture politiche e logistiche che la rendono poco credibile. Il nodo resta lo stesso di sempre: chi decide, con quale mandato, e chi ne risponde politicamente mentre l'escalation prosegue di settimana in settimana.

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/08/31/tornano-i-raid-usa-in-iran-attacco-su-larak.-teheran-prende-di-mira-le-basi_d6d9581a-b7ae-4731-b009-3307af788336.html