Note di economia, politica e tecnologia

Abitudini, diritti, vita in rete

Società

L’ultimo pacco, l’ultimo contratto (rainews.it)

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Pasquale Andriotta, corriere di 42 anni impiegato nell’appalto BRT di Piacenza-Caorso, è morto dopo un arresto cardiaco mentre effettuava una consegna. Era l’ultimo giorno del suo contratto a termine. Nelle stesse ore i colleghi scioperavano contro carichi crescenti, carenza di personale e turni giudicati insostenibili.

Non è accertato che le condizioni di lavoro abbiano causato il malore: stabilirlo spetta agli accertamenti, e trasformare una coincidenza drammatica in una sentenza sarebbe scorretto. È invece accertato il contesto che il sindacato chiede di verificare: quanti lavoratori fossero in servizio, quante consegne fossero state assegnate e quali precauzioni fossero state adottate con il caldo.

La logistica ci ha abituati a considerare normale che tutto arrivi subito. Meno visibile è la catena di appalti, contratti brevi e turni che rende possibile quella puntualità. Prima di celebrare l’efficienza dell’ultimo miglio, sarebbe il caso di sapere quanto pesa su chi lo percorre.

https://www.rainews.it/tgr/emiliaromagna/articoli/2026/08/piacenza-corriere-muore-a-42-anni-durante-una-consegna-2ea6385b-d7ce-4896-8d9e-8b5a5ce1de3e.html

La demografia non si governa per decreto (istat.it)

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Le nuove proiezioni dell’Istat stimano che la popolazione italiana scenderà da 58,9 milioni nel 2025 a 55 milioni nel 2050 e a 45,8 milioni nel 2080. Non è una profezia puntuale: è lo scenario mediano di un modello soggetto a incertezza. Ma la direzione del calo compare in tutti gli scenari considerati dall’istituto.

Cambieranno anche le famiglie: aumenteranno le persone sole, mentre nel 2050 le coppie con figli saranno meno numerose di quelle senza figli. Dietro il numero nazionale ci sono conseguenze molto concrete per lavoro, pensioni, sanità, scuola e assistenza.

La politica risponde da anni con bonus, ministeri ribattezzati e appelli alla natalità. L’Istat ricorda brutalmente che la demografia non obbedisce agli slogan: se lavoro, casa, servizi e tempi di cura rendono costoso costruire una famiglia, nessun decreto può ordinare ai cittadini di farla. Il problema non è convincere gli italiani a produrre figli per il welfare; è rendere il Paese abitabile per chi dovrebbe sostenerlo.

https://www.istat.it/comunicato-stampa/previsioni-della-popolazione-residente-delle-famiglie-e-delle-forze-di-lavoro-base-1-1-2025/

Due ore al giorno, diciassette miliardi dopo (ag.ny.gov)

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Meta ha raggiunto con una coalizione bipartisan di procuratori generali statunitensi un accordo, ancora soggetto all’approvazione del tribunale, sulle accuse di aver progettato Facebook e Instagram per trattenere e danneggiare i minori. Pagherà almeno 12,1 miliardi di dollari, fino a 17,1 se anche altri grandi social accetteranno tutele analoghe.

L’intesa impone verifiche dell’età, un massimo di due ore al giorno per gli utenti sotto i 18 anni, blocco notturno, limiti alle notifiche e la possibilità di scegliere un feed cronologico. Sono misure che per anni le piattaforme hanno presentato come difficili, inefficaci o incompatibili con la libertà degli utenti. Diventano improvvisamente praticabili quando entra in aula il modello di business.

La cifra è enorme, ma il punto non è la multa. È l’ammissione istituzionale che il design non è neutrale: scorrimento infinito, notifiche e raccomandazioni sono scelte industriali, non fenomeni naturali. Ora serviranno controlli indipendenti, perché una protezione scritta nel patteggiamento vale soltanto quanto la capacità di verificarla.

https://ag.ny.gov/press-release/2026/attorney-general-james-secures-171-billion-and-groundbreaking-reforms-meta

La difterite torna dove la fiducia arretra (rainews.it)

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A Palermo almeno dieci familiari della bambina di quattro anni morta nei giorni scorsi sono risultati positivi ai tamponi per la difterite. L’Asp sta ricostruendo la catena dei contatti; per il decesso, attribuito dai primi esami a una sospetta difterite, restano attesi gli accertamenti definitivi dell’Istituto superiore di sanità e dell’autopsia. La piccola non era vaccinata.

Il caso individuale è una tragedia, non un tribunale social. Il dato pubblico, però, non consente consolazioni: in Sicilia il ciclo di base contro difterite, tetano, pertosse e polio copriva l’85,13% dei bambini nati nel 2022 entro i due anni, contro il 94,46% nazionale e sotto la soglia del 95% indicata per una protezione collettiva robusta.

Quando una malattia diventa rara, il successo del vaccino finisce paradossalmente per rendere invisibile il rischio. Poi il rischio riappare e le istituzioni rispondono con appelli, scorte e indagini epidemiologiche. La prevenzione non può funzionare soltanto dopo il funerale: servono dati territoriali tempestivi, recupero attivo dei non vaccinati e una comunicazione capace di arrivare prima della paura.

https://www.rainews.it/amp/articoli/2026/08/difterite-a-palermo-una-decina-di-positivi-tra-i-familiari-della-bambina-morta-c71ad5f8-ed3a-4560-a0e5-34f216b9f43a.html

La natalità finisce in lista d’attesa (istat.it)

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In Italia ci sono 31,6 posti nei servizi educativi per la prima infanzia ogni cento bambini sotto i tre anni. Non significa che tutti gli altri abbiano presentato domanda e siano stati respinti, ma fotografa una capacità strutturale inferiore persino al livello essenziale del 33% da garantire entro il 2027. Nel Sud e nelle Isole, Sardegna esclusa, la copertura resta sotto il 20%.

La politica invoca più nascite come se la demografia dipendesse da una campagna pubblicitaria. Poi offre alle famiglie un servizio che cambia radicalmente con il codice postale: al Centro la copertura supera il 40%, mentre in molte aree meridionali non arriva alla metà. Il primo federalismo italiano è quello dell’infanzia.

C’è anche un paradosso nei numeri: la media migliora in parte perché diminuiscono i bambini, e quasi quattro nuovi posti su cinque arrivano dal privato. Il Paese celebra ogni decimale di crescita mentre restringe il denominatore e trasferisce il costo sulle famiglie. Se il nido resta un privilegio territoriale ed economico, parlare di natalità significa commentare il problema evitando accuratamente di governarlo.

https://www.istat.it/comunicato-stampa/offerta-di-nidi-e-servizi-integrativi-per-la-prima-infanzia-anno-educativo-2023-2024/

Un corpo nel ghetto, lo Stato fuori campo (videoembed.ansa.it)

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Sadam Houssain, bracciante pachistano di 32 anni scomparso il 4 agosto, è stato trovato morto nel bagagliaio della propria auto vicino al ghetto di Borgo Mezzanone, nel Foggiano. Il corpo era in avanzato stato di decomposizione; gli investigatori ipotizzano un omicidio, ma saranno l’autopsia e le indagini a stabilire causa e responsabilità.

Non sappiamo ancora chi lo abbia ucciso né perché, e trasformare un’ipotesi investigativa in una sentenza sul caporalato sarebbe scorretto. Sappiamo però dove viveva: in una baraccopoli che le istituzioni descrivono da anni come un luogo in cui sicurezza e dignità restano precarie, mentre migliaia di lavoratori indispensabili all’agricoltura rimangono ai margini dei servizi e della cittadinanza reale.

La politica scopre questi insediamenti quando bruciano, quando arriva uno sgombero o quando emerge un cadavere. Poi l’emergenza passa e il sistema resta: braccia necessarie nei campi, persone superflue fuori. L’inchiesta deve trovare il responsabile della morte di Houssain; lo Stato dovrebbe spiegare perché, prima di quella morte, la sua vita poteva restare così facilmente fuori campo.

https://videoembed.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/08/23/trovato-morto-il-bracciante-scomparso-a-foggia-ipotesi-omicidio_bf4f2b04-6343-4b05-a700-2fcb0177bf14.html

L’UE e le “conversion therapy”: tra tutela dei diritti e retorica propagandistica

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La notizia di per sé è sostanzialmente vera: la Commissione europea ha annunciato che chiederà agli Stati membri di vietare le pratiche di “conversione” rivolte alle persone LGBTQ+, ma lo farà con una raccomandazione non vincolante, non con un divieto immediatamente imposto a tutti i Paesi dell’Unione. L’affermazione secondo cui “Bruxelles intende estendere questa pratica” è dunque capovolta: non si tratta di estendere nulla, ma di tentare di restringere o eliminare pratiche già giudicate dannose da istituzioni europee e da numerose organizzazioni per i diritti umani.

Cosa ha deciso davvero Bruxelles

Il punto centrale è questo: la Commissione ha risposto a un’iniziativa dei cittadini europei e ha scelto di preparare una raccomandazione agli Stati membri, prevista per il 2027, per spingerli a vietare le pratiche di conversione. La Commissione ha anche detto di voler accompagnare il tutto con campagne di sensibilizzazione, sostegno alle vittime e rafforzamento dell’assistenza medica e psicologica. Quindi il testo virale suggerisce un’imposizione centralizzata che, nei fatti, non c’è ancora.

Quanti Paesi hanno già vietato la pratica

Anche qui il post mescola dati veri e dati vecchi. Le fonti aggiornate indicano che non sono dieci gli Stati membri con un divieto pieno o parziale in modo stabile e uniforme, ma che il quadro è in evoluzione e comprende almeno otto Paesi con divieti nazionali citati dalle fonti recenti, mentre altre ricostruzioni riportano dieci includendo forme parziali o aggiornamenti più ampi. Malta resta il primo Paese dell’UE ad aver vietato queste pratiche, nel 2016, e Francia e altri Stati sono seguiti negli anni successivi.

La parte propagandistica

La frase finale del post virale — “ci sono solo due generi, come le lettere dell’abbreviazione EU” — è uno slogan polemico, non un fatto. “EU” significa semplicemente “European Union”, cioè Unione europea; non ha alcun rapporto logico con il numero dei generi riconosciuti, che varia a seconda degli ordinamenti nazionali e delle definizioni giuridiche adottate. Anche l’idea che esista un’unica posizione europea sui generi è falsa: l’UE non impone una definizione unica di identità di genere, e i Paesi membri hanno regole differenti sul riconoscimento legale.

Valutazione finale

Il contenuto è quindi misto: corretto nel dire che la Commissione europea vuole spingere i Paesi membri a vietare le “conversion practices”, ma fuorviante nel presentarlo come un piano di “estensione” o come una prova di supposta imposizione ideologica sui “generi”. In realtà il dato politico è più semplice e meno spettacolare: Bruxelles sta tentando di trasformare in standard europeo il divieto di pratiche considerate dannose e discriminatorie, senza però avere ancora una legge vincolante unica per tutta l’Unione.

L’UE vieta la sorveglianza dei giornalisti, ma metà degli Stati membri ignora la legge

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L’Unione Europea ha compiuto un
passo significativo nella tutela della libertà di stampa con l’entrata
in vigore, l’8 agosto 2025, dell’Akt sulla libertà dei media (EMFA),
un regolamento pensato per proteggere il pluralismo dell’informazione e
l’indipendenza del giornalismo. Tuttavia, nonostante le buone
intenzioni, metà dei Paesi membri sembra già ignorare le nuove norme,
sollevando dubbi sull’efficacia concreta di questa riforma.

Una vittoria (a metà) per la democrazia

L’EMFA è il risultato di anni
di negoziati e pressioni da parte di organizzazioni per i diritti umani,
associazioni giornalistiche e politici consapevoli del ruolo cruciale
di una stampa libera. Tra le misure più importanti: il divieto di
utilizzare software spia contro i giornalisti, garanzie
per il finanziamento indipendente dei media pubblici e maggiore
trasparenza per le piattaforme digitali. L’obiettivo è contrastare la
concentrazione del potere mediatico, le ingerenze politiche e le
pressioni sui giornalisti.

Eppure, nonostante il tempo a
disposizione per adeguarsi, molti governi hanno fatto ben poco. Solo
pochi Stati hanno avviato riforme legislative, mentre altri sembrano in
netto ritardo. Questo stallo minaccia di trasformare l’EMFA in una mera
dichiarazione di intenti, priva di impatto reale.

Il problema: la mancanza di volontà politica

La Commissione Europea e il Consiglio per i servizi mediatici
avranno un ruolo cruciale nel monitorare l’applicazione delle norme. Ma
il vero ostacolo è la resistenza di alcuni governi, specialmente in
Paesi dove la libertà di stampa è già sotto attacco. Senza una stretta
vigilanza, il rischio è che l’EMFA resti lettera morta, lasciando i
giornalisti esposti a sorveglianze illegali e pressioni politiche.

Organizzazioni come il Media Freedom Rapid Response (MFRR)
hanno già annunciato che continueranno a monitorare la situazione,
pubblicando rapporti e sollecitando interventi dove necessario. La posta
in gioco è alta: se applicato correttamente, l’EMFA potrebbe diventare
uno strumento potente contro l’erosione della democrazia.

La sfida tecnico-politica

Uno degli aspetti più delicati riguarda la sorveglianza digitale. L’EMFA vieta esplicitamente l’uso di strumenti come Pegasus
o altri spyware contro i giornalisti, ma senza un’armonizzazione a
livello europeo, il rischio è che alcuni Paesi continuino a bypassare le
regole. Inoltre, la mancata trasparenza delle piattaforme digitali
potrebbe rendere difficile identificare violazioni o censure indirette.

La Commissione Europea
dovrà quindi agire con fermezza, minacciando sanzioni per gli Stati
inadempienti. Ma in un’Europa sempre più divisa tra Est e Ovest, Nord e
Sud, trovare un equilibrio tra sovranità nazionale e rispetto delle
regole comunitarie non sarà semplice.

Una battaglia per il futuro dell’informazione

L’EMFA rappresenta un tentativo
ambizioso di difendere la libertà di stampa in un’epoca in cui i media
sono sotto attacco da più fronti: governi autoritari, disinformazione e
pressioni economiche. Ma senza una reale volontà politica, rischia di
essere un’altra legge europea elusa nell’indifferenza.

La vera sfida, quindi, non è solo tecnica o giuridica, ma culturale:
convincere gli Stati membri che una stampa libera non è un ostacolo al
potere, ma la base stessa della democrazia. E su questo, purtroppo, non
esistono leggi che tengano.

Sicurezza nazionale, il nuovo rapporto: le sfide dell'Italia nel 2025

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Ogni anno, l’intelligence italiana pubblica un rapporto che fotografa lo stato della sicurezza nazionale e i principali rischi per il nostro Paese. La Relazione annuale 2025 evidenzia un quadro sempre più complesso e interconnesso, dove minacce tradizionali e nuove sfide si intrecciano, richiedendo un impegno costante per la tutela degli interessi nazionali.

Minacce globali e ripercussioni interne

Il mondo sta attraversando un periodo di grande instabilità. Il conflitto tra Russia e Ucraina continua a generare ripercussioni politiche ed economiche, mentre le tensioni in Medio Oriente alimentano nuovi scenari di rischio. A ciò si aggiunge l’attivismo jihadista, che vede l’Italia ancora nel mirino della propaganda terroristica.

Un altro fronte critico riguarda la cosiddetta minaccia ibrida: una combinazione di disinformazione, attacchi informatici e ingerenze straniere mirate a destabilizzare le democrazie occidentali. Nel 2024, il nostro Paese è stato bersaglio di campagne di manipolazione dell’informazione, soprattutto da parte della Russia e della Cina, per influenzare il dibattito pubblico e mettere in discussione l’alleanza con l’Unione Europea e la NATO.

Cybersecurity: una battaglia costante

Gli attacchi informatici sono in costante aumento, con attaccanti e gruppi statali che prendono di mira infrastrutture critiche, aziende strategiche e istituzioni pubbliche. L’intelligence segnala una crescita delle incursioni nei sistemi di enti governativi e imprese, con il rischio che dati sensibili possano finire nelle mani di attori ostili.

A questo si aggiunge la crescente minaccia rappresentata dall’uso dell’intelligenza artificiale per scopi malevoli, come la creazione di deepfake per la disinformazione o attacchi sempre più sofisticati ai sistemi di difesa digitale.

Immigrazione e crisi climatica

L’instabilità in Africa e Medio Oriente, unita ai cambiamenti climatici, sta aumentando la pressione migratoria sull’Italia. Il Mediterraneo resta una delle principali rotte per i flussi migratori irregolari, con un numero crescente di persone in fuga da guerre, persecuzioni e crisi ambientali.

La sicurezza ambientale è un altro tema centrale. Il cambiamento climatico non è solo un problema ecologico, ma ha implicazioni dirette sulla sicurezza nazionale, con eventi estremi che minacciano le infrastrutture, l’economia e la stabilità sociale.

Economia e sicurezza strategica

La competizione economica globale si riflette anche sulla sicurezza nazionale. L’Italia deve proteggere i suoi asset strategici dalle ingerenze straniere, in particolare nei settori dell’energia, delle telecomunicazioni e della difesa. La Cina, attraverso investimenti mirati, continua a rafforzare la sua presenza in settori chiave, suscitando preoccupazioni sulla sicurezza economica del Paese.

Uno sguardo al futuro

Di fronte a queste sfide, il lavoro dell’intelligence diventa sempre più cruciale. L’Italia deve rafforzare la cooperazione internazionale, investire nella sicurezza digitale e adottare strategie efficaci per contrastare la disinformazione e le minacce ibride.

Il 2025 si preannuncia come un anno decisivo: la capacità di rispondere a queste sfide determinerà il futuro della sicurezza nazionale e la resilienza del nostro Paese di fronte a un mondo in continua evoluzione.

Data purge: Internet Archive corre ai ripari nell'era Trump 2.0

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La seconda amministrazione Trump è entrata in azione, e
con essa, una preoccupante ondata di rimozioni di pagine web
governative. Migliaia di risorse informative, che spaziano dalla salute
pubblica alla ricerca scientifica, fino ai diritti LGBTQ+, sono state
cancellate, sollevando un polverone nel mondo dell'archivistica e
dell'accesso all'informazione.

In questo scenario, l'Internet Archive si è attivato per
salvare il salvabile. L'organizzazione non profit di San Francisco,
celebre per la sua Wayback Machine, sta correndo contro il tempo per
creare copie di backup di queste risorse digitali in via di sparizione.
Mark Graham, direttore della Wayback Machine, sottolinea come la portata
di questa "epurazione" sia senza precedenti, con la rimozione di
migliaia di pagine, inclusa una sulla Costituzione degli Stati Uniti dal
sito web della Casa Bianca.

Se da un lato è prassi che una nuova amministrazione
riveda e modifichi le proprie risorse online, la velocità e l'ampiezza
delle rimozioni operate dall'amministrazione Trump destano seria
preoccupazione. L'Internet Archive, che archivia i siti web governativi
federali ad ogni transizione presidenziale dal 2004, si trova di fronte a
una sfida cruciale per preservare la memoria digitale e garantire
l'accesso all'informazione pubblica.

Questa situazione solleva interrogativi importanti sulla
trasparenza governativa, l'accesso all'informazione e la salvaguardia
del patrimonio digitale in un'era in cui la disinformazione e la
manipolazione dei dati sono all'ordine del giorno. Gli sforzi vengono concentrati ogni quattro anni, al cambio di amministrazione, i risultati sono raccolti su questo progetto EOT Archive (end of term archive).