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L'ONU aspetta 4 miliardi, Trump ne versa 725 milioni (aol.com)

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L'amministrazione Trump ha notificato al Congresso l'intenzione di versare 725 milioni di dollari alle Nazioni Unite, comunicazione datata 4 agosto e resa nota solo ora da Reuters. La cifra corrisponde a meno di un quinto dei circa 4 miliardi di dollari che l'ONU sostiene Washington le debba tra bilancio ordinario, missioni di peacekeeping e tribunali internazionali — somma che gli Stati Uniti, va detto, contestano.

Il tempismo non è casuale: il versamento dovrebbe arrivare prima del discorso che Trump terrà all'Assemblea Generale a settembre, e un funzionario del Dipartimento di Stato ha precisato che "qualsiasi pagamento dipenderà da ulteriori riforme" — condizionando così l'ONU a un'ulteriore prova di buona condotta prima di vedere altri fondi. Nel frattempo, la stessa amministrazione ha tagliato i finanziamenti a diverse agenzie ONU e ritirato gli Stati Uniti da decine di organismi internazionali, mentre il segretario generale Guterres avverte da mesi di un rischio di "collasso finanziario imminente".

È il paradosso di chi rivendica "il primo vero taglio di bilancio nella storia dell'ONU" e poi presenta come un favore il pagamento di una frazione minima di un debito che nessuno, nemmeno Washington, nega del tutto. Che l'ONU sia un'istituzione da riformare, tra sprechi burocratici e inefficienze note, è un dato reale; ma condizionare la sopravvivenza finanziaria di un'organizzazione internazionale al calendario dei propri discorsi non è riforma: è leva politica travestita da generosità.

https://www.aol.com/articles/exclusive-us-plans-725-million-170021000.html

Il libero scambio finisce alla dogana di Trump (apnews.com)

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Stati Uniti e Canada non hanno chiuso l’accordo commerciale annunciato appena tre giorni fa. Washington ha quindi fatto scattare dazi aggiuntivi del 50% su circa 20 miliardi di dollari di prodotti canadesi; Ottawa ha promesso una risposta equivalente. Le misure colpiscono una quota limitata dell’export canadese, ma aprono una frattura tutt’altro che simbolica tra due economie costruite per funzionare insieme.

Il paradosso è ormai il metodo: si annuncia l’intesa prima di averla firmata, poi si presenta il fallimento del negoziato come prova di forza. Per imporre le tariffe, la Casa Bianca ha rispolverato una norma del 1930, nata mentre l’economia mondiale precipitava nella Grande Depressione. Più che una politica industriale, sembra archeologia economica usata come manganello diplomatico.

I dazi vengono venduti come punizione contro il Canada, ma saranno pagati anche da imprese e consumatori americani. Quando perfino il vicino più integrato diventa un bersaglio, il messaggio agli altri alleati è semplice: con Washington gli accordi valgono fino al prossimo ultimatum.

https://apnews.com/article/857ef76b20a766e370d70176135b678e

Il mandato d'arresto per Netanyahu che nessuno eseguirà (ansa.it)

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La Turchia ha chiesto all'Interpol un red notice contro Netanyahu per il caso Flotilla di maggio, quando la marina israeliana intercettò circa 430 attivisti su 50 imbarcazioni dirette a Gaza, portandoli a Ktziot prima dell'espulsione. Le accuse — crimini contro l'umanità, genocidio, tortura — sono pesanti sulla carta, ma gli stessi statuti dell'Interpol vietano di processare notifiche a sfondo politico, e nessun analista si aspetta che l'organizzazione dia seguito a un mandato contro un capo di governo in carica.

Netanyahu ha risposto con toni speculari, bollando Erdogan come un "dittatore antisemita" che "occupa metà di Cipro" e "incarcera un numero record di giornalisti e oppositori" — accusa non priva di fondamento, visto il primato turco nella classifica mondiale dei reporter dietro le sbarre. Il risultato è uno scambio in cui ciascuno usa il diritto internazionale come clava retorica contro l'altro, senza che nessuno dei due Paesi accetti di sottoporsi realmente al giudizio di un tribunale terzo.

Resta il caso Flotilla in sé, che meriterebbe un accertamento indipendente sui fatti di maggio più che un derby di comunicati tra Ankara e Gerusalemme. Ma finché la giustizia internazionale funziona a targhe alterne — invocata contro i nemici, ignorata per i propri conti in sospeso — resterà quello che è già oggi: uno strumento di propaganda bilaterale più che di accertamento della verità.

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/08/21/caso-flotilla-ankara-emette-un-mandato-di-arresto-internazionale-per-netanyahu_8cae0749-de04-449d-9e75-8e127d042568.html

Erdogan chiede l'arresto di Netanyahu: la giustizia come arma diplomatica (ansa.it)

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La Turchia ha presentato all'Interpol una richiesta di red notice contro Benjamin Netanyahu, accusato da un tribunale di Istanbul di genocidio, crimini contro l'umanità e sequestro di persona per l'assalto militare israeliano alla Global Sumud Flotilla, la spedizione che a maggio tentava di raggiungere Gaza con circa 430 attivisti a bordo. Il fascicolo coinvolge complessivamente 35 imputati.

Sul piano giuridico l'iniziativa vale poco: lo statuto dell'Interpol vieta di processare richieste a sfondo politico, e i red notice contro capi di governo in carica restano quasi sempre lettera morta. Erdogan lo sa bene, ma il gesto ha un pubblico preciso, tanto in patria quanto nel mondo islamico, dove la Turchia si propone come voce più intransigente contro Israele di quanto non facciano le cancellerie occidentali, Roma inclusa.

Netanyahu ha risposto bollando Erdogan come "dittatore antisemita" che opprime i curdi e imprigiona giornalisti e oppositori: un'accusa non priva di fondamento, ma che il premier israeliano ha sempre evitato di rivolgere ad alleati altrettanto autoritari quando gli facevano comodo. Tra chi userebbe volentieri il diritto internazionale come clava e chi lo ignora quando gli conviene, la vittima resta sempre la stessa: la credibilità del diritto internazionale in sé.

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/08/21/caso-flotilla-ankara-emette-un-mandato-di-arresto-internazionale-per-netanyahu_8cae0749-de04-449d-9e75-8e127d042568.html

La Turchia “arresta” Netanyahu (solo sulla carta) (ansa.it)

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Il ministero della Giustizia turco ha chiesto a Interpol un mandato di cattura internazionale contro Benyamin Netanyahu, accusato di genocidio, crimini contro l'umanità e tortura per l'abbordaggio della Global Sumud Flotilla dello scorso maggio, quando la marina israeliana intercettò una cinquantina di imbarcazioni con circa 430 attivisti diretti a Gaza, li detenne nel carcere di Ktziot e poi li espulse.

Il dettaglio che il comunicato di Ankara lascia sullo sfondo: Interpol non dà seguito a notifiche politicamente motivate contro capi di governo in carica, e la “red notice” richiesta non equivale a un mandato d'arresto internazionale esecutivo. Netanyahu, va ricordato, un mandato vero ce l'ha già dal novembre 2024, emesso dalla Corte penale internazionale per gli stessi fatti di Gaza — e nessuno stato lo ha mai eseguito.

Erdogan, che tiene in carcere più giornalisti di quasi ogni altro paese al mondo e occupa militarmente metà di Cipro dal 1974, si candida a paladino del diritto internazionale. Netanyahu ricambia definendolo “un dittatore antisemita che protegge Hamas”. Tra i due litiganti, il diritto internazionale resta a guardare: quello vero, quello con giurisdizione, è già stato emesso da un anno e mezzo e non ha spostato nulla.

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/08/21/caso-flotilla-ankara-emette-un-mandato-di-arresto-internazionale-per-netanyahu_8cae0749-de04-449d-9e75-8e127d042568.html

L'Italia dice a Israele di fermarsi. Il problema è cosa succede dopo averlo detto (esteri.it)

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Italia, Francia, Germania e Regno Unito hanno chiesto congiuntamente a Israele di fermare l'espansione degli insediamenti nella zona E1 della Cisgiordania, definendo i nuovi bandi «inaccettabili». Il punto non è soltanto simbolico: costruire in quell'area spezzerebbe la continuità territoriale palestinese tra nord e sud, rendendo ancora più difficile immaginare concretamente quella soluzione dei due Stati che le diplomazie europee continuano ufficialmente a sostenere.

La posizione italiana non nasce oggi: già nel 2025 il ministero degli Esteri aveva sottoscritto dichiarazioni internazionali che definivano il progetto E1 contrario al diritto internazionale e chiedevano a Israele di ritirarlo. Nel frattempo il progetto è andato avanti.

Ed è proprio questa la contraddizione. Roma può usare parole sempre più nette — «inaccettabile», «illegale», «distruttivo per i due Stati» — ma se a ogni nuova espansione segue essenzialmente una nuova dichiarazione, Israele può ragionevolmente calcolare che il costo politico concreto resterà limitato. Non è più una questione di trovare l'aggettivo diplomatico giusto. È decidere se quelle parole debbano produrre conseguenze.

https://www.esteri.it/it/sala_stampa/archivionotizie/comunicati/2025/08/dichiarazione-dei-ministri-degli-esteri-sui-piani-di-insediamento-e1/

Trump, Maxwell, Epstein: la conferma di una complicità conosciuta

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A volte, la verità non emerge da una singola, drammatica rivelazione, ma dal meticoloso accostamento di prove che, una volta assemblate, formano un quadro inequivocabile. Il recente rilascio di tre email dalla massa documentale di Jeffrey Epstein operato dai Democratici dell’House Oversight Committee ha proprio questo effetto: non sconvolge la narrazione, la consolida con dettagli che trasformano le supposizioni in certezze.

Le email sono frammenti di conversazioni private che gettano una luce cruda sulle relazioni tra Donald Trump, Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell, mostrando dinamiche di conoscenza e complicità che Trump ha a lungo tentato di negare o, almeno, di ridimensionare.

L’email più grava, scambiata tra Epstein e Maxwell nell’aprile 2011, cita esplicitamente una delle vittime che aveva passato "ore a casa [di Epstein] con Trump".

Il contesto temporale è significativo: un mese prima che Trump si ritirasse dalle primarie presidenziali del 2012. È un dettaglio che solleva interrogativi sul potenziale leverage, sulla possibilità di un ricatto in gestazione in un momento cruciale della prima incursione di Trump nella politica nazionale.

Tuttavia, è l’email del 2019 a Michael Wolff a rivelare la meccanica della menzogna. Epstein, commentando le dichiarazioni pubbliche di Trump, scrive: "ha detto che mi ha chiesto di dimettermi, mai un membro, mai". Questa non è una semplice smentita tra affaristi. È la correzione, da parte di uno degli attori principali, di una versione dei fatti che Trump stava costruendo per il consumo pubblico. Epstein sta di fatto affermando: "La sua narrazione di allontanamento morale è falsa. Io conosco la verità dei fatti".

Questa verità trova un’eco imbarazzante nelle dichiarazioni che Trump ha fatto lo scorso luglio. In due distinti momenti, subito dopo che il suo avvocato, Todd Blanche, ebbe incontrato Ghislaine Maxwell in carcere, Trump offrì quella che può essere definita una "confessione calibrata". Ammise di aver saputo che Epstein "rubava" ragazze dallo spa di Mar-a-Lago, di avergli intimato di smettere e, dopo una reiterazione, di averlo cacciato. Arrivò persino a identificare Virginia Giuffre come una di quelle ragazze.

La nuova documentazione, tuttavia, capovolge questa versione auto-assolutoria. Il problema non era solo Epstein. Il reclutamento avveniva attraverso Ghislaine Maxwell. E Trump, stando ai fatti che emergono, non si confrontò con l’architetto della trafficazione, Epstein, ma con la sua reclutatrice sul campo, la Maxwell. E, cosa ancor più grave, la sua reazione non fu di allertare le autorità o di proteggere in modo sistematico il suo staff, ma di gestire la situazione come una questione privata, un fastidio da contenere.

La timeline stessa confessa più di quanto Trump vorrebbe. Giuffre fu "reclutata" da Maxwell nel 2000. Un’altra ragazza fu prelevata anni dopo, forse nel 2004. Trump, secondo la sua stessa ammissione, intervenne solo dopo questo secondo episodio. Ciò significa che per anni, pur essendo a conoscenza del fatto che una sua dipendente minorenne era stata coinvolta nella rete di Epstein, non fece nulla per aiutarla o per fermare il meccanismo.

L’azione di Todd Blanche, che ha incontrato Maxwell prima delle dichiarazioni di Trump, assume ora un significato più oscuro. Non fu un semplice colloquio legale. Appare sempre più come una coordinata preparazione della difesa, un allineamento delle versioni che ha portato Trump a fornire un "limited hangout": un’ammissione parziale della verità, studiata per assorbire lo shock di rivelazioni future e per incanalare le colpe esclusivamente verso Epstein, l’unico attore ormai silenziato.

Il rilascio di queste email nello stesso giorno in cui Adelita Grijalva sta per essere insediata, fornendo il 218esimo voto cruciale per forzare il rilascio completo dei file Epstein, non è una coincidenza. È un avvertimento. È la prova che i documenti ancora secretati contengono conferme ancor più esplicite di queste relazioni pericolose.

La storia non è più solo quella di un presidente amico di un pedofilo. È la storia di un uomo che sapeva del traffico di minori che avveniva nella sua proprietà, che parlò con i trafficanti, ma che scelse di non intervenire per fermarli, preferendo proteggere sé stesso. E ora, con il suo avvocato, sembra lavorare per silenziare l’unica altra persona, oltre a lui, che può raccontare fino in fondo quella verità: Ghislaine Maxwell.

Viktoriia Roshchyna: cronaca e analisi politica di una morte annunciata

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La vicenda della giornalista ucraina
Viktoriia Roshchyna, morta in un carcere russo dopo mesi di detenzione e
torture, rappresenta uno dei casi più emblematici della repressione
sistematica esercitata dalla Russia nei confronti dei civili e dei
reporter nei territori occupati. La sua storia, ricostruita grazie a
testimonianze dirette, indagini giornalistiche internazionali e rapporti
ufficiali, getta luce non solo sulle condizioni disumane delle prigioni
russe, ma anche sulla volontà di Mosca di soffocare ogni voce
indipendente che possa documentare i crimini commessi durante
l’invasione dell’Ucraina.

Le origini e l’impegno giornalistico

Viktoriia Roshchyna, nata nel
1996 a Zaporizhzhia, si era già distinta per il coraggio e la
determinazione nel raccontare la guerra. Era una delle poche giornaliste
ucraine disposte a rischiare la vita attraversando la linea del fronte
per documentare la realtà nei territori occupati, nonostante avesse già
subito una prima detenzione da parte dei russi nel 2022, con torture
psicologiche e la costrizione a girare un video di propaganda.
Nonostante il trauma, aveva continuato la sua attività investigativa,
concentrandosi su temi come la repressione degli oppositori, le
condizioni dei lavoratori della centrale nucleare di Zaporizhzhia e le
violenze contro i civili

La scomparsa nell’estate 2023

Nel luglio 2023, Roshchyna
decide di tornare nell’Ucraina orientale occupata per indagare sulla
distruzione della diga di Kakhovka e sulla rete di “black sites” –
luoghi segreti di detenzione e tortura gestiti dai servizi russi. Per
motivi di sicurezza, entra nei territori occupati passando da Polonia,
Lituania, Lettonia e infine Russia. Il 3 agosto contatta la famiglia per
l’ultima volta, dopo aver superato i controlli di frontiera. Da quel
momento, scompare nel nulla. La famiglia denuncia la scomparsa il 12
agosto e, solo a fine settembre, riceve conferma dalle autorità ucraine
che Viktoriia è stata catturata dai russi

La detenzione e le torture

Dalle testimonianze raccolte,
emerge che Roshchyna viene inizialmente trattenuta a Enerhodar e poi
trasferita a Melitopol, dove subisce torture: scosse elettriche, ferite
da coltello, lividi e una costola rotta. Viene poi spostata nella
prigione di Taganrog, in Russia, nota per le condizioni disumane e le
violenze sistematiche. Qui, secondo le testimonianze di ex detenuti e
della sua compagna di cella, Viktoriia appare sempre più debilitata,
rifiuta il cibo, perde peso fino a scendere a 30 kg e viene più volte
ricoverata in ospedale sotto stretta sorveglianza. L’ultima telefonata
ai genitori avviene nell’agosto 2024, quando riferisce di essere in
attesa di uno scambio di prigionieri e saluta la famiglia con parole
d’addio

La morte e la restituzione del corpo

Il 19 settembre 2024, secondo
la versione ufficiale russa, Roshchyna muore per “cause naturali” in
carcere. Solo nell’ottobre 2024 la famiglia viene informata del decesso,
senza dettagli sulle circostanze. Nel febbraio 2025, durante uno
scambio di corpi tra Russia e Ucraina, i resti di Viktoriia vengono
restituiti: il cadavere è irriconoscibile, la testa rasata, ustioni ai
piedi, segni di scosse elettriche, una costola rotta, frattura dell’osso
ioide (compatibile con strangolamento) e, soprattutto, mancano
cervello, occhi e laringe – elementi che rendono impossibile accertare
la causa della morte e suggeriscono un tentativo di occultare le prove
delle torture subite

Le reazioni e l’impatto politico

La morte di Roshchyna ha
provocato indignazione internazionale. L’Unione Europea e le principali
organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato la detenzione
arbitraria e chiesto un’indagine indipendente. Il Procuratore generale
ucraino ha aperto un fascicolo per crimini di guerra. Il presidente
Zelenskyy ha definito la sua morte “un colpo durissimo” per la libertà
di stampa in Ucraina. La vicenda è diventata simbolo della repressione
russa contro giornalisti, attivisti e civili nei territori occupati, e
ha rilanciato il dibattito sulla necessità di meccanismi internazionali
efficaci per la protezione dei reporter di guerra.

La timeline della vicenda di
Viktoriia Roshchyna non è solo la cronaca di una morte annunciata, ma
anche la testimonianza di un sistema repressivo che mira a cancellare
ogni traccia di verità nei territori occupati. La sua storia, raccolta e
rilanciata da colleghi e media internazionali, rappresenta un monito
sulla fragilità della libertà di stampa e sulla necessità di non
abbassare la guardia di fronte ai crimini contro l’umanità

“Abbiamo mantenuto fede alla nostra missione, trasmettere la verità
al mondo, contrastando la propaganda russa. Purtroppo molti giornalisti
sono morti. Voglio dedicare questo premio a loro. Dopo tutto, sono morti
nella lotta per la verità, cercando di documentare i crimini russi.”
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- Viktoriia Roshchyna, novembre 2022 Fonte

[Il bullo] non sta solo cercando di smantellare la democrazia americana. Ma anche quella di tutto il mondo

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L'incontro tra Donald Trump e Volodymyr Zelenskyy del 28 febbraio 2025 è
stato un momento di tensione senza precedenti nella storia delle
relazioni internazionali. Quella che doveva essere una discussione
diplomatica si è trasformata in un confronto acceso,
con Trump e il suo vicepresidente JD Vance che hanno attaccato
verbalmente il presidente ucraino. Questo evento ha sollevato molte
domande sulla strategia politica degli Stati Uniti e sulla sua influenza
globale.

Il
meeting è stato descritto come un'esibizione di "dominazione" da parte
di Trump e Vance, che sembravano più interessati a mostrare forza
mediatica che a condurre un dialogo costruttivo. Questo approccio ha
lasciato molti a chiedersi se Zelenskyy
avesse davvero una possibilità di uscire vincitore da una situazione
così impari. La realtà è che, di fronte a interlocutori che cercano di
imporre la loro volontà attraverso l'intimidazione, le opzioni sono
limitate: o si accetta un confronto aperto, con
il rischio di un esito negativo, o si cede alle pretese dell'altro,
compromettendo la propria dignità e i propri obiettivi.

Il
contesto di questo incontro è particolarmente delicato, data la guerra
in corso tra Russia e Ucraina. La posizione degli Stati Uniti è cruciale
per il sostegno a Kiev, e il comportamento di Trump ha sollevato dubbi
sulla coerenza della politica
estera americana. La sospensione degli aiuti militari e le
dichiarazioni di Trump sulla disponibilità di Zelenskyy a negoziare la
pace con la Russia hanno creato ulteriore confusione.

La
preoccupazione più grande è che questo tipo di politica possa portare a
un allineamento inaspettato tra Stati Uniti, Russia e Cina, creando un
asse geopolitico che potrebbe destabilizzare ulteriormente il mondo.
Questa prospettiva è particolarmente
inquietante, considerando le ambizioni di Putin e Xi Jinping nel
contesto internazionale.

La
critica principale a Trump è che il suo stile di governo non solo
danneggia le relazioni internazionali, ma minaccia anche i fondamenti
della democrazia globale. L'approccio aggressivo e divisivo non solo
crea tensioni con gli alleati, ma rischia
di isolare gli Stati Uniti e di indebolire la loro influenza positiva
nel mondo.

In conclusione, l'incontro Trump-Zelenskyy non è stato solo un momento
di tensione diplomatica, ma un riflesso più ampio delle strategie
politiche attuali e delle loro conseguenze a livello globale. È cruciale
che i leader mondiali adottino un approccio più
collaborativo e rispettoso per affrontare le sfide globali, altrimenti
il rischio di ulteriori conflitti e instabilità sarà sempre più alto.

Rapporti indicano: nessun meeting di Trump sul piano di presa di Gaza prima dell'annuncio

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Secondo nuove rivelazioni, l'ex presidente Donald Trump
non avrebbe tenuto alcuna riunione formale o discussione strategica
specifica riguardante un piano di presa di Gaza prima di annunci
pubblici in merito. La notizia, che ha scosso gli ambienti politici,
solleva interrogativi sulla preparazione e la ponderazione dietro
dichiarazioni così delicate e potenzialmente destabilizzanti per la
regione mediorientale.

Fonti interne anonime suggeriscono che l'annuncio a
sorpresa potrebbe essere stato il risultato di decisioni estemporanee,
senza il vaglio di esperti di politica estera o di sicurezza nazionale.
Questo approccio solleva preoccupazioni sull'impatto delle dichiarazioni
presidenziali sulla stabilità regionale e sulla politica internazionale
degli Stati Uniti.

L'assenza di un processo decisionale strutturato in
merito a questioni così complesse potrebbe avere ripercussioni
significative sulle relazioni diplomatiche e sulla percezione degli
Stati Uniti come mediatore affidabile nel conflitto israelo-palestinese.
Critici sottolineano come tali improvvisazioni possano minare la
credibilità della politica estera americana e complicare ulteriormente
la già tesa situazione nella regione.

Mentre i sostenitori dell'ex presidente difendono la sua
capacità di agire rapidamente e in modo decisivo, gli oppositori
esprimono preoccupazione per la mancanza di trasparenza e di
consultazione in decisioni di tale portata. Resta da vedere quali
saranno le conseguenze a lungo termine di questa rivelazione e come
influenzerà il futuro delle relazioni tra Stati Uniti, Israele e
Palestina.