Note di economia, politica e tecnologia

La situazione internazionale

Esteri

La centrale è piccola, il precedente no (theguardian.com)

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Un attacco informatico attribuito a hacker legati all’Iran ha fermato per quattro giorni un piccolo impianto di generazione elettrica britannico. Il governo di Londra conferma l’incidente e precisa che la rete nazionale non ha corso rischi; l’attribuzione a Teheran, invece, resta quella riferita dal Telegraph, non una conclusione pubblica delle autorità.

La distinzione conta: trasformare subito un’attribuzione d’intelligence in una sentenza sarebbe propaganda. Ma sarebbe altrettanto comodo liquidare tutto perché la centrale era piccola. La vulnerabilità dimostrata vale più dei megawatt perduti: un’infrastruttura fisica è stata fermata da remoto, mentre Londra avverte da mesi che gli attori iraniani prendono di mira anche i sistemi industriali.

La guerra ibrida prospera proprio in questa zona grigia: danni limitati, responsabilità negabile, pressione politica reale. I governi celebrano la resilienza perché il blackout nazionale non c’è stato; la domanda seria è perché un impianto abbia potuto restare spento quattro giorni prima che il precedente diventasse una notizia.

https://www.theguardian.com/world/2026/aug/23/iran-linked-hackers-blamed-cyber-attack-british-power-plant

Teheran trasforma le sanzioni in bersagli (apnews.com)

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Il nuovo capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Mohsen Rezaei, ha avvertito i Paesi vicini: chi parteciperà alla pressione economica annunciata dagli Stati Uniti sarà considerato un nemico. Teheran minaccia di colpirne gli interessi e le rotte petrolifere alternative allo Stretto di Hormuz.

Washington promette un «D-Day economico» contro l’Iran; Teheran risponde traducendo le sanzioni in possibili bersagli militari. È la consueta escalation per delega: le grandi potenze fissano il campo di battaglia, mentre ai Paesi della regione viene chiesto di scegliere una parte sapendo che qualunque scelta può trasformarli in obiettivi.

Le sanzioni non sono un gesto neutro e spesso scaricano sui civili il costo della pressione politica. Ma dichiarare nemico chiunque le applichi cancella deliberatamente la distanza tra dissenso, coercizione economica e guerra. Quando ogni rapporto commerciale diventa un atto ostile, la diplomazia non fallisce soltanto: viene resa materialmente pericolosa.

https://apnews.com/article/467d9b2970e0b9855ac9a68ef90c8e75

Putin scopre che la guerra può tornare indietro (apnews.com)

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Droni ucraini hanno colpito per la prima volta un centro logistico di Ozon nella regione russa di Samara, oltre ad altri obiettivi industriali. L’azienda ha fermato le attività e riferito di feriti; Kiev sostiene che questi hub custodiscano anche beni a doppio uso destinati allo sforzo bellico. Mosca parla invece di attacchi contro infrastrutture civili.

Vladimir Putin ha accusato l’Ucraina di aver «aperto il vaso di Pandora» e promesso rappresaglie contro i settori economici più sensibili di Kiev. Dopo quattro anni di missili e droni sulle città ucraine, il Cremlino scopre così una categoria nuova: la guerra intollerabile è quella che attraversa il confine nella direzione sbagliata.

Questo non rende automaticamente legittimo ogni bersaglio scelto da Kiev: un magazzino commerciale resta un obiettivo controverso e l’allargamento della guerra economica aumenta il rischio per i civili. Ma la minaccia russa rivela una pretesa ormai logora: bombardare sarebbe strategia, essere colpiti terrorismo. La sovranità, nella dottrina di Mosca, continua a valere a senso unico.

https://apnews.com/article/5e6f60963f2662907441e95c635470c4

L'ONU aspetta 4 miliardi, Trump ne versa 725 milioni (aol.com)

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L'amministrazione Trump ha notificato al Congresso l'intenzione di versare 725 milioni di dollari alle Nazioni Unite, comunicazione datata 4 agosto e resa nota solo ora da Reuters. La cifra corrisponde a meno di un quinto dei circa 4 miliardi di dollari che l'ONU sostiene Washington le debba tra bilancio ordinario, missioni di peacekeeping e tribunali internazionali — somma che gli Stati Uniti, va detto, contestano.

Il tempismo non è casuale: il versamento dovrebbe arrivare prima del discorso che Trump terrà all'Assemblea Generale a settembre, e un funzionario del Dipartimento di Stato ha precisato che "qualsiasi pagamento dipenderà da ulteriori riforme" — condizionando così l'ONU a un'ulteriore prova di buona condotta prima di vedere altri fondi. Nel frattempo, la stessa amministrazione ha tagliato i finanziamenti a diverse agenzie ONU e ritirato gli Stati Uniti da decine di organismi internazionali, mentre il segretario generale Guterres avverte da mesi di un rischio di "collasso finanziario imminente".

È il paradosso di chi rivendica "il primo vero taglio di bilancio nella storia dell'ONU" e poi presenta come un favore il pagamento di una frazione minima di un debito che nessuno, nemmeno Washington, nega del tutto. Che l'ONU sia un'istituzione da riformare, tra sprechi burocratici e inefficienze note, è un dato reale; ma condizionare la sopravvivenza finanziaria di un'organizzazione internazionale al calendario dei propri discorsi non è riforma: è leva politica travestita da generosità.

https://www.aol.com/articles/exclusive-us-plans-725-million-170021000.html

Il libero scambio finisce alla dogana di Trump (apnews.com)

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Stati Uniti e Canada non hanno chiuso l’accordo commerciale annunciato appena tre giorni fa. Washington ha quindi fatto scattare dazi aggiuntivi del 50% su circa 20 miliardi di dollari di prodotti canadesi; Ottawa ha promesso una risposta equivalente. Le misure colpiscono una quota limitata dell’export canadese, ma aprono una frattura tutt’altro che simbolica tra due economie costruite per funzionare insieme.

Il paradosso è ormai il metodo: si annuncia l’intesa prima di averla firmata, poi si presenta il fallimento del negoziato come prova di forza. Per imporre le tariffe, la Casa Bianca ha rispolverato una norma del 1930, nata mentre l’economia mondiale precipitava nella Grande Depressione. Più che una politica industriale, sembra archeologia economica usata come manganello diplomatico.

I dazi vengono venduti come punizione contro il Canada, ma saranno pagati anche da imprese e consumatori americani. Quando perfino il vicino più integrato diventa un bersaglio, il messaggio agli altri alleati è semplice: con Washington gli accordi valgono fino al prossimo ultimatum.

https://apnews.com/article/857ef76b20a766e370d70176135b678e

Il mandato d'arresto per Netanyahu che nessuno eseguirà (ansa.it)

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La Turchia ha chiesto all'Interpol un red notice contro Netanyahu per il caso Flotilla di maggio, quando la marina israeliana intercettò circa 430 attivisti su 50 imbarcazioni dirette a Gaza, portandoli a Ktziot prima dell'espulsione. Le accuse — crimini contro l'umanità, genocidio, tortura — sono pesanti sulla carta, ma gli stessi statuti dell'Interpol vietano di processare notifiche a sfondo politico, e nessun analista si aspetta che l'organizzazione dia seguito a un mandato contro un capo di governo in carica.

Netanyahu ha risposto con toni speculari, bollando Erdogan come un "dittatore antisemita" che "occupa metà di Cipro" e "incarcera un numero record di giornalisti e oppositori" — accusa non priva di fondamento, visto il primato turco nella classifica mondiale dei reporter dietro le sbarre. Il risultato è uno scambio in cui ciascuno usa il diritto internazionale come clava retorica contro l'altro, senza che nessuno dei due Paesi accetti di sottoporsi realmente al giudizio di un tribunale terzo.

Resta il caso Flotilla in sé, che meriterebbe un accertamento indipendente sui fatti di maggio più che un derby di comunicati tra Ankara e Gerusalemme. Ma finché la giustizia internazionale funziona a targhe alterne — invocata contro i nemici, ignorata per i propri conti in sospeso — resterà quello che è già oggi: uno strumento di propaganda bilaterale più che di accertamento della verità.

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/08/21/caso-flotilla-ankara-emette-un-mandato-di-arresto-internazionale-per-netanyahu_8cae0749-de04-449d-9e75-8e127d042568.html

Erdogan chiede l'arresto di Netanyahu: la giustizia come arma diplomatica (ansa.it)

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La Turchia ha presentato all'Interpol una richiesta di red notice contro Benjamin Netanyahu, accusato da un tribunale di Istanbul di genocidio, crimini contro l'umanità e sequestro di persona per l'assalto militare israeliano alla Global Sumud Flotilla, la spedizione che a maggio tentava di raggiungere Gaza con circa 430 attivisti a bordo. Il fascicolo coinvolge complessivamente 35 imputati.

Sul piano giuridico l'iniziativa vale poco: lo statuto dell'Interpol vieta di processare richieste a sfondo politico, e i red notice contro capi di governo in carica restano quasi sempre lettera morta. Erdogan lo sa bene, ma il gesto ha un pubblico preciso, tanto in patria quanto nel mondo islamico, dove la Turchia si propone come voce più intransigente contro Israele di quanto non facciano le cancellerie occidentali, Roma inclusa.

Netanyahu ha risposto bollando Erdogan come "dittatore antisemita" che opprime i curdi e imprigiona giornalisti e oppositori: un'accusa non priva di fondamento, ma che il premier israeliano ha sempre evitato di rivolgere ad alleati altrettanto autoritari quando gli facevano comodo. Tra chi userebbe volentieri il diritto internazionale come clava e chi lo ignora quando gli conviene, la vittima resta sempre la stessa: la credibilità del diritto internazionale in sé.

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/08/21/caso-flotilla-ankara-emette-un-mandato-di-arresto-internazionale-per-netanyahu_8cae0749-de04-449d-9e75-8e127d042568.html

La Turchia “arresta” Netanyahu (solo sulla carta) (ansa.it)

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Il ministero della Giustizia turco ha chiesto a Interpol un mandato di cattura internazionale contro Benyamin Netanyahu, accusato di genocidio, crimini contro l'umanità e tortura per l'abbordaggio della Global Sumud Flotilla dello scorso maggio, quando la marina israeliana intercettò una cinquantina di imbarcazioni con circa 430 attivisti diretti a Gaza, li detenne nel carcere di Ktziot e poi li espulse.

Il dettaglio che il comunicato di Ankara lascia sullo sfondo: Interpol non dà seguito a notifiche politicamente motivate contro capi di governo in carica, e la “red notice” richiesta non equivale a un mandato d'arresto internazionale esecutivo. Netanyahu, va ricordato, un mandato vero ce l'ha già dal novembre 2024, emesso dalla Corte penale internazionale per gli stessi fatti di Gaza — e nessuno stato lo ha mai eseguito.

Erdogan, che tiene in carcere più giornalisti di quasi ogni altro paese al mondo e occupa militarmente metà di Cipro dal 1974, si candida a paladino del diritto internazionale. Netanyahu ricambia definendolo “un dittatore antisemita che protegge Hamas”. Tra i due litiganti, il diritto internazionale resta a guardare: quello vero, quello con giurisdizione, è già stato emesso da un anno e mezzo e non ha spostato nulla.

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/08/21/caso-flotilla-ankara-emette-un-mandato-di-arresto-internazionale-per-netanyahu_8cae0749-de04-449d-9e75-8e127d042568.html

L'Italia dice a Israele di fermarsi. Il problema è cosa succede dopo averlo detto (esteri.it)

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Italia, Francia, Germania e Regno Unito hanno chiesto congiuntamente a Israele di fermare l'espansione degli insediamenti nella zona E1 della Cisgiordania, definendo i nuovi bandi «inaccettabili». Il punto non è soltanto simbolico: costruire in quell'area spezzerebbe la continuità territoriale palestinese tra nord e sud, rendendo ancora più difficile immaginare concretamente quella soluzione dei due Stati che le diplomazie europee continuano ufficialmente a sostenere.

La posizione italiana non nasce oggi: già nel 2025 il ministero degli Esteri aveva sottoscritto dichiarazioni internazionali che definivano il progetto E1 contrario al diritto internazionale e chiedevano a Israele di ritirarlo. Nel frattempo il progetto è andato avanti.

Ed è proprio questa la contraddizione. Roma può usare parole sempre più nette — «inaccettabile», «illegale», «distruttivo per i due Stati» — ma se a ogni nuova espansione segue essenzialmente una nuova dichiarazione, Israele può ragionevolmente calcolare che il costo politico concreto resterà limitato. Non è più una questione di trovare l'aggettivo diplomatico giusto. È decidere se quelle parole debbano produrre conseguenze.

https://www.esteri.it/it/sala_stampa/archivionotizie/comunicati/2025/08/dichiarazione-dei-ministri-degli-esteri-sui-piani-di-insediamento-e1/

Trump, Maxwell, Epstein: la conferma di una complicità conosciuta

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A volte, la verità non emerge da una singola, drammatica rivelazione, ma dal meticoloso accostamento di prove che, una volta assemblate, formano un quadro inequivocabile. Il recente rilascio di tre email dalla massa documentale di Jeffrey Epstein operato dai Democratici dell’House Oversight Committee ha proprio questo effetto: non sconvolge la narrazione, la consolida con dettagli che trasformano le supposizioni in certezze.

Le email sono frammenti di conversazioni private che gettano una luce cruda sulle relazioni tra Donald Trump, Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell, mostrando dinamiche di conoscenza e complicità che Trump ha a lungo tentato di negare o, almeno, di ridimensionare.

L’email più grava, scambiata tra Epstein e Maxwell nell’aprile 2011, cita esplicitamente una delle vittime che aveva passato "ore a casa [di Epstein] con Trump".

Il contesto temporale è significativo: un mese prima che Trump si ritirasse dalle primarie presidenziali del 2012. È un dettaglio che solleva interrogativi sul potenziale leverage, sulla possibilità di un ricatto in gestazione in un momento cruciale della prima incursione di Trump nella politica nazionale.

Tuttavia, è l’email del 2019 a Michael Wolff a rivelare la meccanica della menzogna. Epstein, commentando le dichiarazioni pubbliche di Trump, scrive: "ha detto che mi ha chiesto di dimettermi, mai un membro, mai". Questa non è una semplice smentita tra affaristi. È la correzione, da parte di uno degli attori principali, di una versione dei fatti che Trump stava costruendo per il consumo pubblico. Epstein sta di fatto affermando: "La sua narrazione di allontanamento morale è falsa. Io conosco la verità dei fatti".

Questa verità trova un’eco imbarazzante nelle dichiarazioni che Trump ha fatto lo scorso luglio. In due distinti momenti, subito dopo che il suo avvocato, Todd Blanche, ebbe incontrato Ghislaine Maxwell in carcere, Trump offrì quella che può essere definita una "confessione calibrata". Ammise di aver saputo che Epstein "rubava" ragazze dallo spa di Mar-a-Lago, di avergli intimato di smettere e, dopo una reiterazione, di averlo cacciato. Arrivò persino a identificare Virginia Giuffre come una di quelle ragazze.

La nuova documentazione, tuttavia, capovolge questa versione auto-assolutoria. Il problema non era solo Epstein. Il reclutamento avveniva attraverso Ghislaine Maxwell. E Trump, stando ai fatti che emergono, non si confrontò con l’architetto della trafficazione, Epstein, ma con la sua reclutatrice sul campo, la Maxwell. E, cosa ancor più grave, la sua reazione non fu di allertare le autorità o di proteggere in modo sistematico il suo staff, ma di gestire la situazione come una questione privata, un fastidio da contenere.

La timeline stessa confessa più di quanto Trump vorrebbe. Giuffre fu "reclutata" da Maxwell nel 2000. Un’altra ragazza fu prelevata anni dopo, forse nel 2004. Trump, secondo la sua stessa ammissione, intervenne solo dopo questo secondo episodio. Ciò significa che per anni, pur essendo a conoscenza del fatto che una sua dipendente minorenne era stata coinvolta nella rete di Epstein, non fece nulla per aiutarla o per fermare il meccanismo.

L’azione di Todd Blanche, che ha incontrato Maxwell prima delle dichiarazioni di Trump, assume ora un significato più oscuro. Non fu un semplice colloquio legale. Appare sempre più come una coordinata preparazione della difesa, un allineamento delle versioni che ha portato Trump a fornire un "limited hangout": un’ammissione parziale della verità, studiata per assorbire lo shock di rivelazioni future e per incanalare le colpe esclusivamente verso Epstein, l’unico attore ormai silenziato.

Il rilascio di queste email nello stesso giorno in cui Adelita Grijalva sta per essere insediata, fornendo il 218esimo voto cruciale per forzare il rilascio completo dei file Epstein, non è una coincidenza. È un avvertimento. È la prova che i documenti ancora secretati contengono conferme ancor più esplicite di queste relazioni pericolose.

La storia non è più solo quella di un presidente amico di un pedofilo. È la storia di un uomo che sapeva del traffico di minori che avveniva nella sua proprietà, che parlò con i trafficanti, ma che scelse di non intervenire per fermarli, preferendo proteggere sé stesso. E ora, con il suo avvocato, sembra lavorare per silenziare l’unica altra persona, oltre a lui, che può raccontare fino in fondo quella verità: Ghislaine Maxwell.