Note di economia, politica e tecnologia

La situazione internazionale

Esteri

L’ergastolo finisce, gli onori cominciano (rts.rs)

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Ratko Mladić è morto a 84 anni mentre scontava all’Aia l’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. La condanna comprendeva il massacro di oltre ottomila musulmani bosniaci a Srebrenica e la campagna di terrore contro Sarajevo.

Il ministro della Giustizia serbo Nenad Vujić ha annunciato che sarà sepolto con i massimi onori militari e di Stato. Non è un dettaglio cerimoniale: un tribunale internazionale ha fissato le responsabilità penali, mentre lo Stato sceglie quale memoria rendere solenne davanti alle telecamere.

La giustizia può condannare un uomo; non può obbligare una società politica a rinunciare al mito che quell’uomo rappresenta. Belgrado non cancella la sentenza, ma prova a cambiarne il significato pubblico: il genocida resta tale negli atti, torna generale nel funerale. È così che il negazionismo diventa protocollo.

https://rts.rs/vesti/drustvo/6028212/vujic-mladic-ce-biti-sahranjen-uz-najvise-drzavne-i-vojne-pocasti.html

Il capo della Cia vola a Mosca, e nessuno spiega perché (adnkronos.com)

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Un aereo militare statunitense, un Boeing C-17 partito da Andrews e transitato per Riga, è atterrato a Mosca con a bordo John Ratcliffe, direttore della Cia inviato da Trump. La notizia è stata rivelata dalla stampa americana (CBS News, Axios) prima ancora che i governi la confermassero, costringendo il Cremlino a un'ammissione parziale: il portavoce Dmitry Peskov ha confermato la visita e parlato di "contatti positivi" con i servizi segreti russi, escludendo però categoricamente un incontro con Putin.

Il copione è ormai familiare: diplomazia riservata rivelata dai media, smentite selettive, conferme a metà. Mentre la guerra in Ucraina resta bloccata su un negoziato che né Washington né Mosca vogliono dichiarare fallito, i due governi affidano ancora una volta alla stampa la gestione di cosa dire e cosa tacere, invece di comunicare in modo trasparente ai propri cittadini e ai rispettivi alleati.

Resta un fatto difficile da liquidare come routine: che si tratti di scambi di prigionieri, sanzioni o un canale su Kiev, un volo di stato tra Washington e Mosca in piena guerra è per definizione una notizia politica, non un dettaglio da tenere sotto silenzio salvo poi commentarlo a fatto compiuto.

https://www.adnkronos.com/internazionale/esteri/russia-putin-capo-cia-ratcliffe-mosca-news_4of47iGYZfCpqsCTgWaZv1

La linea rossa attraversa la Manica (marketscreener.com)

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Mosca ha minacciato di colpire obiettivi militari britannici, anche fuori dall’Ucraina, in risposta all’uso di missili a lungo raggio forniti da Londra. La dichiarazione arriva dopo la decisione britannica di condividere con Kiev informazioni tecniche sui componenti degli Storm Shadow/SCALP, perché possano essere prodotti in Ucraina.

Non ci sono elementi che indichino un attacco imminente contro un Paese NATO: il punto, però, è che la guerra per procura sta perdendo un altro pezzo della propria ambiguità. Londra estende il coinvolgimento dalla consegna di armi alla capacità industriale; Mosca risponde nominando non soltanto l’arma, ma anche il territorio del fornitore.

È il copione dell’escalation controllata: ciascuno alza la posta assicurando implicitamente di sapere dove fermarsi. Funziona finché un errore di calcolo non trasforma la retorica in dottrina. Le linee rosse, quando vengono ridisegnate ogni settimana, finiscono per essere soltanto micce colorate.

https://www.marketscreener.com/news/russia-says-it-could-strike-uk-military-targets-in-response-to-ukrainian-strikes-using-british-missi-ce7858deda88f221

L’Europa sovrana, ma con qualche centinaio di miliardi in meno (bundesregierung.de)

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Germania, Danimarca, Paesi Bassi, Austria, Finlandia e Svezia chiedono di tagliare di «diverse centinaia di miliardi» la proposta da quasi duemila miliardi per il bilancio europeo 2028-2034. Il comunicato dei sei contributori netti pretende risparmi distribuiti su tutte le aree di spesa, mentre Berlino invoca più attenzione a difesa e competitività.

È la solita geometria dell’Europa ambiziosa: più sicurezza, più industria, più autonomia strategica, ma un bilancio comune abbastanza piccolo da non disturbare quelli nazionali. Le priorità aumentano; il denaro deve diminuire. A fare da variabile di aggiustamento resteranno inevitabilmente coesione, agricoltura, ricerca o transizione, cioè proprio ciò che dovrebbe trasformare gli slogan in capacità comune.

La prudenza sui conti è necessaria. Ma chiedere sovranità europea finanziandola come una riunione condominiale non è rigore: è una contraddizione politica. E questa volta vale diverse centinaia di miliardi.

https://www.bundesregierung.de/breg-de/aktuelles/treffen-mehrjaehriger-finanzrahmen-2450798

Un'altra notte di missili su Kiev, Odessa e Zaporizhzhia (uk.lapresse.it)

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Nella notte tra il 26 e il 27 agosto la Russia ha colpito ancora una volta il territorio ucraino con un attacco missilistico su più fronti. A Kiev l'aeronautica militare ha segnalato almeno sei esplosioni in circa un minuto, con detriti caduti nei distretti di Podilskyi e Shevchenkivskyi. A Odessa sono stati danneggiati una scuola e alcuni edifici residenziali, senza vittime segnalate. A Zaporizhzhia il governatore Ivan Fedorov ha reso noto su Telegram il ferimento di almeno sette persone, tra cui tre bambini. L'allerta aerea è rimasta attiva su gran parte del paese, a eccezione delle regioni occidentali.

L'attacco arriva a due giorni dall'avvertimento del Cremlino a Macron sull'"inaccettabilità" di un'eventuale presenza militare NATO in Ucraina: la diplomazia dei toni duri e l'escalation sul terreno procedono su binari paralleli, senza che l'una condizioni davvero l'altra.

Colpisce, ancora una volta, lo scarto tra la frequenza di questi attacchi e la misura delle reazioni istituzionali europee, quasi sempre affidate a dichiarazioni di circostanza. Il copione si ripete da mesi: bambini feriti, infrastrutture colpite, cordoglio formale. Nel frattempo il dibattito pubblico, in Italia come altrove, resta ancorato a questioni di cronaca interna, mentre la guerra continua a bussare ogni notte alla porta di un continente che fatica a darsi una linea comune.

https://uk.lapresse.it/world-en/2026/08/27/ukraine-explosions-overnight-in-kyiv-odessa-and-zaporizhzhia/

Nove metri in mezz’ora (apnews.com)

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Un collasso glaciale nell’Himalaya ha scaricato ghiaccio, roccia e acqua lungo le valli al confine tra Nepal e Tibet. Le autorità contano almeno 168 morti e più di 1.300 dispersi; tra loro ci sono centinaia di turisti e pellegrini. Secondo le osservazioni idrologiche citate da AP, il Trishuli è salito fino a nove metri in circa mezz’ora.

All’inizio il segnale sismico era stato letto come un terremoto di magnitudo 5,2. L’USGS ha poi corretto l’analisi: quel segnale era il crollo stesso. La distinzione non è accademica. Dice quanto sia difficile riconoscere in tempo un pericolo che nasce in quota e diventa una parete d’acqua quando raggiunge villaggi, ponti e strade.

Il riscaldamento rende più instabili ghiacciai e laghi glaciali in una regione già fragile. Continuare a chiamare queste stragi “calamità naturali” basta a descrivere la forza dell’evento, non l’impreparazione. Il clima cambia a monte; la politica continua ad arrivare a valle, insieme ai soccorsi.

https://apnews.com/article/61b592d428e4631add31ce052d0daf1f

Il server diventa terrorista per decreto (ofac.treasury.gov)

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Gli Stati Uniti hanno inserito Autistici/Inventati, collettivo tecnologico italiano attivo dal 2001, nella lista degli Specially Designated Global Terrorists. Washington sostiene che i suoi servizi cifrati, l’hosting e gli strumenti di anonimato sostengano cellule Antifa violente; l’OFAC ha disposto il congelamento degli eventuali beni soggetti alla giurisdizione statunitense e il blocco delle transazioni. Il collettivo respinge tutte le accuse.

Il punto politico supera il destino di una singola piattaforma. Se offrire email sicure e anonimato basta a trasformare un’infrastruttura nel reato dei suoi utenti, la distinzione tra strumento, editore e organizzazione criminale viene cancellata con un atto amministrativo straniero, prima di qualunque prova discussa pubblicamente.

La lotta alla violenza politica non richiede indulgenza. Richiede però fatti individualizzati, responsabilità dimostrate e controllo sulle decisioni del potere. Altrimenti la parola “terrorismo” smette di descrivere una condotta e diventa una chiave universale: apre le sanzioni e chiude il dibattito.

https://ofac.treasury.gov/recent-actions/20260826

Ceuta contro Madrid: "Non trasformateci in un CETI" (lanacion.com.ar)

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Migliaia di persone hanno manifestato a Ceuta chiedendo le dimissioni di Pedro Sánchez, dopo che un decreto reale del governo centrale ha destinato centri sportivi e strutture scolastiche cittadine all'accoglienza di migranti senza consultare le autorità locali. Il presidente della città autonoma, Juan Jesús Vivas, ha accusato Madrid di violare gli impegni presi e di voler trasformare l'intera Ceuta in un CETI, il centro di soggiorno temporaneo per immigrati che dovrebbe restare un'eccezione e non la normalità urbana.

La vicenda mette a nudo una contraddizione ricorrente nella gestione europea dei flussi migratori: le decisioni si prendono nei ministeri della capitale, i costi sociali e logistici ricadono sulle città di frontiera, spesso senza un piano che distingua l'emergenza dalla gestione strutturale. Chiedere l'accelerazione delle espulsioni e strutture dedicate, come fa il governo locale, non equivale automaticamente a indicare soluzioni praticabili; ma imporre un decreto che requisisce palestre e scuole a ridosso della riapertura dell'anno scolastico, senza consultazione, non è esattamente il modello di governance che l'esecutivo spagnolo rivendica a parole.

Il risultato è la piazza: migliaia di ceutini in corteo, il governo locale sul piede di guerra con quello nazionale, e una crisi migratoria che il centro continua a gestire per decreto anziché per pianificazione.

https://www.lanacion.com.ar/el-mundo/miles-de-personas-marcharon-en-ceuta-contra-la-crisis-migratoria-y-reclamaron-la-renuncia-de-pedro-nid09082026/

Quattordici culle, l’inchiesta dopo il fuoco (apnews.com)

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Quattordici neonati sono morti nell’incendio della nursery del Pakistan Institute of Medical Sciences, uno dei maggiori ospedali pubblici di Islamabad. Nel reparto c’erano quindici bambini e uno è stato salvato. Le prime ricostruzioni indicano un guasto elettrico o l’esplosione del compressore di un condizionatore; una commissione interistituzionale dovrà riferire entro ventiquattr’ore su cause, misure antincendio e risposta all’emergenza.

Il punto non è scegliere adesso tra cortocircuito e compressore. Un singolo guasto diventa una strage soltanto quando i livelli di protezione successivi — manutenzione, rilevazione, compartimentazione, evacuazione — non riescono a contenerlo. In un reparto neonatale, la sicurezza non può dipendere dal fatto che una macchina decida di non rompersi.

Il primo ministro promette che i responsabili saranno puniti. È la formula rituale pronunciata dopo ogni disastro evitabile: severissima con il colpevole futuro, silenziosa sui controlli passati. Le famiglie non hanno bisogno soltanto di un nome da arrestare, ma di sapere chi certificava che quelle quattordici culle fossero davvero protette.

https://apnews.com/article/277ecc4d3dc2e87b7be49e2911c43c0b

Il deputato col martello, l’esercito come scorta (abc.net.au)

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Il deputato israeliano di estrema destra Zvi Sukkot si è fatto filmare mentre colpiva con una mazza un monumento palestinese a Madama, in Cisgiordania occupata. Era entrato nel villaggio con una scorta militare ottenuta per una visita autorizzata; l’esercito afferma che lui e i suoi collaboratori hanno nascosto le proprie intenzioni e agito senza permesso. Quando i soldati hanno ricevuto istruzioni, il tour è stato interrotto.

Sukkot sostiene che il monumento celebrasse responsabili di attentati contro israeliani. Anche se fosse questa l’intera storia della lapide, un parlamentare non diventa per questo giudice, squadra di demolizione e regista della propria campagna elettorale. Se un simbolo viola la legge, lo rimuove un’autorità seguendo una procedura; se lo abbatte un politico protetto dai fucili dello Stato, la procedura diventa scenografia.

L’esercito accusa il deputato di manipolazione, ma le immagini mostrano il problema più grande: nella Cisgiordania occupata il confine tra istituzione e militanza può ridursi al tempo necessario perché arrivi una telefonata al comandante. Il martello era di Sukkot; l’uniforme, però, apparteneva a Israele.

https://www.abc.net.au/news/2026-08-25/israeli-politician-sledgehammers-palestinian-memorial/107077828