Note di economia, politica e tecnologia

Meloni ha finalmente trovato l'opposizione. Alla sua destra

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Per anni Giorgia Meloni ha costruito la propria fortuna politica spostando continuamente il confine un po' più a destra: più fermezza sull'immigrazione, più identità, meno concessioni sui diritti. Poi è arrivato Vannacci e ha fatto una cosa piuttosto semplice: ha continuato a spostarlo.

Ora Futuro Nazionale viene dato al 7% nel sondaggio citato da Le Monde, davanti a Lega e Forza Italia, e nella maggioranza sembra essere iniziata una curiosa gara a dimostrare chi sia il meno moderato. Vannacci parla di “remigrazione”, Piantedosi rivendica che sulle espulsioni il governo italiano sarebbe già “un modello”. Vannacci insiste sull'identità europea, Meloni rilancia sulle radici cristiane. Il problema non è tanto che Vannacci possa arrivare al governo: è che, almeno sul terreno culturale, sembra riuscire a spostare quello che c'è già.

È il piccolo paradosso di questa destra. Meloni per anni ha accusato gli altri di rincorrere le sue battaglie; adesso è lei a dover guardare continuamente alla propria destra per paura di perdere elettori.

Forse è questa la vendetta più ironica. Giorgia Meloni ha passato anni a spiegare che bisognava spostare il confine.

Qualcuno l'ha ascoltata.

E ha continuato a spostarlo.

Il mistero del libro di Ranucci che forse è un mistero soltanto per chi ha bisogno di un altro caso Ranucci (ilfoglio.it)

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Ormai attorno a Sigfrido Ranucci sembra essersi sviluppato un genere giornalistico autonomo. Non importa molto quale sia la notizia: basta che da qualche parte compaia il suo nome e immediatamente parte la ricerca della contraddizione, del retroscena, dell'amicizia sospetta, della frase pronunciata male o della virgola capace di diventare un caso nazionale.

Questa volta tocca al fantomatico libro con Maria Rosaria Boccia.

Qualche giorno fa Boccia racconta al Corriere che esiste un progetto editoriale concreto e già in stato avanzato. La notizia viene raccontata come quella di un libro scritto “a doppia firma” con Ranucci. Ranucci però smentisce di stare scrivendo un libro insieme a lei. Ed ecco servito il nuovo giallo dell'estate: uno dei due mente? Il libro esiste? Non esiste? Chi sta coprendo chi?

Solo che, andando oltre il titolo, la faccenda diventa molto meno eccitante.

Boccia oggi precisa una cosa piuttosto semplice: lei aveva confermato l'esistenza del progetto editoriale, non aveva dichiarato testualmente che quel libro sarebbe stato scritto a quattro mani con Sigfrido Ranucci. E infatti ribadisce che il progetto esiste, ma preferisce non spiegare quale sia esattamente il ruolo del giornalista.

Si può certamente trovare questa reticenza curiosa. Si possono fare domande. È esattamente quello che dovrebbe fare un giornale.

Quello che colpisce è però la sproporzione.

Perché da settimane intorno a Ranucci sembra essersi costruita una gigantesca macchina narrativa nella quale ogni rapporto personale diventa ambiguo, ogni conoscenza diventa compromettente e ogni dettaglio della sua vita professionale sembra meritare un'indagine nell'indagine. Persino l'esistenza, la firma o la collaborazione a un libro diventano materiale attraverso cui alimentare il sospetto.

E tutto questo accade mentre sul tavolo c'è qualcosa di leggermente più importante: il futuro di Report e del suo conduttore in Rai.

Ranucci in questi giorni ha parlato apertamente di un «attacco vergognoso» contro di lui e contro la trasmissione. Intanto la Rai sta valutando la sua posizione e sui giornali sono circolate persino ipotesi sulla sua sostituzione alla conduzione.

È questo il contesto che rende il “giallo del libro” molto meno divertente di quanto sembri.

Ranucci non è infallibile e Report non è un testo sacro. Se un giornalista commette errori, quegli errori vanno contestati nel merito. Se esistono comportamenti professionalmente scorretti, vanno dimostrati. Se un'inchiesta contiene falsità, si prendano quelle falsità e le si smontino una per una.

È il mestiere del giornalismo.

Ma quando invece si accumulano amicizie, telefonate, incontri, indiscrezioni, stipendi, libri veri, libri presunti e rapporti personali fino a costruire intorno a un giornalista una permanente atmosfera di sospetto, allora viene spontaneo chiedersi se l'obiettivo sia ancora verificare il suo lavoro oppure rendere progressivamente impresentabile chi quel lavoro lo fa.

E forse la domanda interessante non è neppure se Boccia e Ranucci scriveranno insieme un libro.

La domanda è un'altra.

Perché improvvisamente sembra diventato così importante trovare qualcosa, qualsiasi cosa, da raccontare su Sigfrido Ranucci?

Perché se per mettere in discussione anni di inchieste di Report siamo arrivati al grande mistero estivo della firma sulla copertina di un libro, forse il problema non è Ranucci.

Forse è che qualcuno sta raschiando il fondo del barile.

https://www.ilfoglio.it/politica/2026/08/20/news/in-rai-un-direttore-e-per-sempre-ecco-perche-trovare-una-collocazione-a-ranucci-e-unimpresa--405201

Se tua madre è russa, adesso devi chiedere scusa per Putin

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A Castiglioncello una ragazza di diciotto anni, italiana con madre russa, racconta di essere stata insultata per le sue origini e poi colpita con un pugno in faccia durante una festa. La vicenda dovrà naturalmente essere ricostruita fino in fondo, ma c'è un particolare del suo racconto che merita attenzione: tutto sarebbe cominciato quando alcuni ragazzi hanno scoperto che sua madre è russa.

Ora, io pensavo di aver capito più o meno come funzionasse questa storia. Putin invade l'Ucraina, quindi Putin è l'aggressore. Il governo russo porta avanti una guerra criminale, quindi combattiamo politicamente quel governo e sosteniamo il diritto degli ucraini a difendersi.

Semplice.

Evidentemente ero rimasto indietro.

Perché a quanto pare siamo arrivati al punto in cui essere russi, avere una madre russa o semplicemente parlare russo può diventare una colpa da espiare personalmente. Come se una ragazza di diciotto anni in vacanza in Toscana dovesse presentare, insieme alla carta d'identità, una dichiarazione firmata sulla propria posizione rispetto all'invasione dell'Ucraina.

È una logica interessante, soprattutto quando arriva da quella parte del mondo politico e culturale che da anni prova a spiegare — giustamente — che non si attribuiscono agli individui le responsabilità dei governi, delle religioni, delle etnie o dei Paesi da cui provengono.

Un musulmano non è responsabile dell'ISIS. Un palestinese non è responsabile di Hamas. Un israeliano non è responsabile personalmente delle decisioni di Netanyahu.

Ma una ragazza con la mamma russa, evidentemente, deve rispondere di Putin.

Forse alla frontiera dovremmo introdurre un modulo. “Condanni l'invasione dell'Ucraina? Sì, no, abbastanza, moltissimo”. Sotto una casella per dichiarare eventuali parenti russi fino al terzo grado. In caso di risposta insufficiente, niente discoteca.

Naturalmente sto esasperando, ma è proprio questo il punto. Perché la xenofobia funziona sempre allo stesso modo: prende milioni di persone diverse e le trasforma in una categoria. Poi prende quella categoria e le attribuisce una colpa collettiva. Cambiano soltanto le categorie che, di volta in volta, consideriamo socialmente accettabile disprezzare.

Ed è qui che la faccenda diventa politicamente interessante. Per anni abbiamo giustamente preso in giro quelli che dopo un attentato chiedevano al vicino musulmano di “prendere le distanze”. Come se Mohammed del terzo piano dovesse convocare una conferenza stampa ogni volta che un fanatico commetteva un attentato a tremila chilometri da casa sua.

Non possiamo adesso inventarci la stessa idiozia con i russi.

Si può stare senza esitazioni dalla parte dell'Ucraina, considerare Putin responsabile dell'invasione e contemporaneamente ricordarsi che una ragazza di diciotto anni con madre russa non ha invaso proprio nessuno.

Dovrebbe essere una banalità.

E invece siamo arrivati al punto di doverlo scrivere.

Perché quando per combattere il nazionalismo di Putin cominci a giudicare le persone in base alla loro nazionalità, forse sarebbe il caso di controllare la bussola.

Potresti scoprire che, mentre combattevi il nemico, hai iniziato a ragionare esattamente come lui.

Silvia Salis e quello strano vizio della sinistra di avere paura di chi potrebbe vincere

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C'è una cosa che la sinistra italiana riesce a fare con una puntualità quasi commovente: iniziare a litigare sul proprio candidato prima ancora che esista un candidato.

Silvia Salis, per esempio, al momento non si è candidata alle primarie del centrosinistra. Non ha annunciato di voler lasciare Genova, non si è dimessa da sindaca e, soprattutto, queste benedette primarie non sono state nemmeno indette. Eppure sul Fatto Quotidiano è già comparso un intervento dal titolo piuttosto definitivo: Se Silvia Salis si candiderà davvero alle primarie, saremo molti a non volerla più sostenere.

Quel “se” è meraviglioso, perché siamo praticamente alla sfiducia preventiva. Non sappiamo se si candiderà, ma nel dubbio possiamo già cominciare a spiegarle perché non dovrebbe farlo.

La cosa diventa ancora più curiosa se pensiamo a quello che raccontiamo da anni. La destra ha l'uomo solo al comando, noi abbiamo la partecipazione. Loro hanno il capo, noi discutiamo. Loro scelgono dall'alto, noi facciamo le primarie e lasciamo decidere agli elettori.

Poi arriva la possibilità che alle primarie partecipi qualcuno che magari potrebbe persino vincerle e improvvisamente scopriamo che la partecipazione dal basso è bellissima, purché dal basso venga fuori il nome giusto.

Salis, tra l'altro, ha un difetto politico piuttosto grave: ha già vinto un'elezione.

A Genova ha messo insieme una coalizione larghissima, dal Movimento 5 Stelle fino all'area centrista, ed è riuscita a vincere al primo turno. In un centrosinistra che da anni organizza convegni per capire come costruire il famoso “campo largo”, qualcuno è riuscito semplicemente a costruirlo e a vincerci le elezioni.

Naturalmente la nostra prima reazione non poteva che essere: attenzione, potrebbe essere pericolosa.

Poi c'è l'aggravante definitiva: Matteo Renzi ha detto che Salis sarebbe un nome forte. E qui entriamo direttamente nel campo della contaminazione politica. Renzi ormai non ha neppure bisogno di allearsi con qualcuno per metterlo nei guai: gli basta dire che gli piace. È una specie di maledizione. Se domani dichiarasse pubblicamente di apprezzare la carbonara, entro sera avremmo probabilmente una corrente del PD favorevole all'amatriciana.

Nel frattempo Giorgia Meloni può osservare tutto con una certa serenità. Perché mentre il centrosinistra dovrebbe chiedersi come costruire una coalizione capace di batterla, una sua parte è già impegnata a stabilire chi non deve guidarla. Prima delle primarie, prima delle candidature e possibilmente prima ancora di conoscere le regole.

Continuiamo pure così. Prima o poi riusciremo finalmente a trovare il candidato perfetto per mettere d'accordo tutta la sinistra italiana.

Giorgia Meloni.

Invasati di Futuro Nazionale, nazisti e antisemiti nella chat

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Tranquilli: erano gli infiltrati.

Repubblica pubblica alcuni messaggi provenienti da una chat interna legata a Futuro Nazionale, il movimento del generale Roberto Vannacci.

Dentro, secondo quanto riportato dal giornale, ci sarebbe un po’ di tutto.

Insulti agli ebrei.

Gente che invoca lo sterminio degli arabi.

Nostalgici del Terzo Reich.

Elogi a Hitler.

Discorsi sulle “azioni di forza”.

E poi gli immancabili messaggi di fedeltà:

“Agli ordini del generale”.

Una roba talmente sopra le righe che verrebbe spontaneo pensare a una caricatura della sinistra sui vannacciani.

E infatti arriva la spiegazione.

Erano infiltrati.

Perfetto.

Prendiamola per buona.

Quindi qualcuno sarebbe riuscito a entrare in una chat frequentata da centinaia di persone dell’ambiente di Futuro Nazionale, mettersi a inneggiare a Hitler, insultare gli ebrei e parlare di stermini senza che apparentemente scattasse immediatamente un:

“Scusate, ma chi è questo nazista?”

Anzi.

Bisogna aspettare Repubblica per scoprire che nella chat ci sono gli infiltrati.

Curioso.

Perché se entro nella chat del circolo bocciofilo e comincio a spiegare che bisogna restaurare il Terzo Reich, probabilmente non riesco neanche a finire il messaggio prima che qualcuno mi accompagni virtualmente alla porta.

Qui invece sarebbero tutti agenti provocatori.

A questo punto la domanda diventa interessante.

Quanti infiltrati servono perché un infiltrato smetta di essere un infiltrato e diventi semplicemente parte del gruppo?

Perché delle due l’una.

O quei messaggi rappresentano davvero persone che gravitano attorno a Futuro Nazionale.

Oppure Futuro Nazionale ha un problema di controllo interno talmente grande che centinaia di militanti e dirigenti possono ritrovarsi in mezzo a provocatori neonazisti senza accorgersene.

Non so quale delle due versioni sia più rassicurante.

Forse c’è anche una terza possibilità.

Gli infiltrati erano così bravi che si erano infiltrati pure tra gli infiltrati.

Attendiamo che il generale faccia l’appello.

Dalla Bestia a X: la nuova macchina di Salvini parla muskiano

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Se davvero Matteo Salvini guarda al 2027 affidandosi ad Andrea Stroppa, il segnale politico è già più importante della manovra organizzativa: la Lega non sta cercando un radicamento nuovo, sta cercando una scorciatoia nuova. Il titolo di Domani parla esplicitamente di una “Lega formato Elon Musk” e segnala che Salvini sarebbe convinto del peso dell’intelligenza artificiale nella prossima campagna elettorale.

La scelta di Stroppa, infatti, non è neutra. Più fonti lo descrivono come il referente italiano di Elon Musk, un collegamento con interlocutori politici e istituzionali in Italia pur senza ruoli ufficiali nelle aziende del magnate, e ricordano anche il suo profilo pubblico di fedeltà al mondo Musk, da X a xAI fino a SpaceX. Per questo il punto non è soltanto la comunicazione: è il modello di potere che quella comunicazione porta con sé.

La “nuova Bestia” di Salvini, allora, non sembra semplicemente un aggiornamento tecnico della vecchia propaganda social. Sembra piuttosto il tentativo di innestare sulla tradizionale macchina leghista l’ecosistema muskiano fatto di piattaforma proprietaria, personalizzazione estrema della leadership e cortocircuito costante tra politica, influenza privata e guerra culturale. Invece di fare i conti con il logoramento del suo messaggio, Salvini sembra cercare una legittimazione esterna, quasi un supplemento di forza preso in prestito dall’immaginario globale della destra techno-libertaria.

Non è neppure la prima volta che Stroppa entra direttamente nel perimetro politico del leader leghista. A febbraio 2025, secondo Domani, è intervenuto contro il ministro dell’Interno Piantedosi reclamando di fatto il ritorno di Salvini al Viminale, mentre il Corriere ha raccontato un suo sondaggio su X in cui circa due terzi dei 1.129 rispondenti giudicavano negativamente l’operato del ministro. A marzo dello stesso anno, dopo il colloquio tra Salvini e J.D. Vance, Stroppa ha scritto che l’amministrazione americana “apprezza Salvini” e che il leader della Lega sarà protagonista nei rapporti tra Italia e Stati Uniti.

Anche sul piano simbolico l’asse è stato coltivato con cura. Al congresso della Lega del 2025 Elon Musk figurava tra gli ospiti previsti e, secondo una ricostruzione giornalistica, il tramite tra lui e Salvini era stato proprio Stroppa. Nello stesso periodo il vicesegretario Andrea Crippa rivendicava pubblicamente i “buoni rapporti” della Lega con Musk e Trump, confermando che non si tratta di un episodio isolato ma di una linea politica ormai riconoscibile.

Ed è qui che la faccenda smette di essere folclore digitale e diventa questione politica. Un partito che per anni ha raccontato di incarnare il territorio, il popolo concreto e il buonsenso contro le élite oggi sembra affidarsi a un mediatore dell’uomo più ricco del mondo e a una grammatica politica costruita dentro una piattaforma privata. È una parabola rivelatrice: dalla destra “anti-sistema” alla destra che sogna di vincere grazie al sistema di qualcun altro.

La contraddizione è tutta qui. La Lega che un tempo rivendicava autonomia e identità ora sembra inseguire il riflesso condizionato dell’algoritmo, l’autorità del miliardario globale e la promessa che bastino IA, viralità e connessioni transatlantiche per sostituire idee, classe dirigente e rapporto sociale. Se questa è la nuova Bestia, non è più soltanto una macchina di propaganda: è il segno di una destra che ha smesso di parlare al paese e ha cominciato a parlare soprattutto alla propria bolla di potere.

Dalla biblioteca all’oracolo: come l’AI sta cambiando la ricerca della verità

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Oggi partiamo da un articolo del bravo Paolo Benanti, uscito sul Wall Street Journal, per innescare una riflessione su ciò che sta accadendo nel trattamento delle verità al tempo moderno, quello in cui un chatbot può fornirti domande a risposte e il cui utilizzo è sempre più quotidiano e involontario da parte di chiunque. Quali tesi hanno più peso nella nostra fiducia? In cosa crediamo oggi?

In realtà Benanti usa l’Intelligenza Artificiale solo come punto di partenza per una riflessione molto più ampia: come gli esseri umani decidono cosa è vero.

La sua tesi è che la ricerca della verità non è mai stata una questione puramente individuale. Nessun essere umano può verificare personalmente tutto ciò che sa. Non abbiamo visto gli atomi, non abbiamo assistito alla maggior parte degli eventi storici che conosciamo, non possiamo ripetere ogni esperimento scientifico. La nostra conoscenza si basa inevitabilmente sulla fiducia.

Secondo Benanti, la domanda fondamentale della storia umana non è mai stata “credere o non credere”, ma piuttosto:

Cosa merita di essere creduto?

Per secoli la civiltà occidentale ha costruito strutture per rispondere a questa domanda. La biblioteca diventa la metafora centrale del suo ragionamento. Nella biblioteca il sapere non arriva già confezionato: bisogna cercarlo, confrontare le fonti, verificare chi ha prodotto una certa affermazione e capire quali prove la sostengono. La verità emerge da un processo di confronto e verifica.

Con l’avvento dell’AI generativa, sostiene Benanti, stiamo assistendo a un cambiamento radicale. Non interroghiamo più una biblioteca, ma un oracolo.

Quando poniamo una domanda a un chatbot, riceviamo una risposta immediata, fluida, autorevole. Il problema non è tanto che possa sbagliare. Il problema è che il processo che ha generato quella risposta è spesso invisibile all’utente. Le fonti non sono immediatamente evidenti, il ragionamento interno non è verificabile, e la risposta arriva già sintetizzata e confezionata.

In altre parole, stiamo passando da una cultura della ricerca a una cultura della ricezione.

Storicamente, secondo l’autore, l’umanità ha già affrontato problemi simili. Per questo richiama il ruolo della teologia e della Chiesa. Contrariamente all’immagine comune che vede la religione come antagonista della ragione, Benanti sostiene che una parte importante della tradizione teologica occidentale sia stata proprio la costruzione di metodi per valutare l’affidabilità delle affermazioni.

La teologia medievale e i grandi concili non si limitavano a stabilire cosa fosse vero. Cercavano di definire i criteri attraverso cui una verità poteva essere considerata credibile. In questo senso, il Concilio di Nicea viene presentato quasi come un gigantesco esercizio di “fact checking” del IV secolo: non una semplice votazione, ma una discussione su quali fonti, testimonianze e tradizioni meritassero fiducia.

Qui emerge il concetto centrale dell’articolo: la ricerca della verità non consiste soltanto nel trovare risposte, ma nel costruire criteri di credibilità.

Per Benanti, la vera sfida dell’era dell’AI non è stabilire se una macchina sia intelligente o meno. La vera sfida è capire:

  • perché una risposta dovrebbe essere considerata attendibile;
  • chi controlla i sistemi che producono quella risposta;
  • quali informazioni vengono privilegiate o escluse;
  • quali interessi economici o politici influenzano il processo.

L’autore osserva che per molto tempo si è pensato che il progresso scientifico avrebbe reso la religione irrilevante. Oggi accade qualcosa di paradossale: proprio l’Intelligenza Artificiale ci costringe a tornare a domande che per secoli sono state affrontate dalla filosofia e dalla teologia.

Come distinguere l’autorità autentica dalla semplice persuasione?

Come capire se una fonte merita fiducia?

Come evitare di credere a qualcosa solo perché viene esposto con sicurezza e competenza apparente?

In conclusione, Benanti descrive una vera e propria evoluzione storica della ricerca della verità:

  • L’epoca della tradizione, in cui la verità veniva trasmessa attraverso autorità religiose, culturali e sociali.
  • L’epoca della biblioteca e della scienza moderna, in cui la verità veniva cercata attraverso confronto, verifica e trasparenza delle fonti.
  • L’epoca dell’oracolo algoritmico, in cui le risposte arrivano immediatamente ma il processo che le genera diventa opaco.

La sua preoccupazione non è che l’AI sostituisca Dio o la religione. È che l’umanità dimentichi come si costruisce la fiducia nella conoscenza.

Per questo l’ultima domanda dell’articolo è anche la più importante:

In un mondo pieno di risposte immediate, siamo ancora capaci di chiederci perché dovremmo credere a ciò che ci viene detto?

Ed è proprio questa, secondo Benanti, la nuova frontiera della ricerca della verità nel XXI secolo.

L’UE e le “conversion therapy”: tra tutela dei diritti e retorica propagandistica

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La notizia di per sé è sostanzialmente vera: la Commissione europea ha annunciato che chiederà agli Stati membri di vietare le pratiche di “conversione” rivolte alle persone LGBTQ+, ma lo farà con una raccomandazione non vincolante, non con un divieto immediatamente imposto a tutti i Paesi dell’Unione. L’affermazione secondo cui “Bruxelles intende estendere questa pratica” è dunque capovolta: non si tratta di estendere nulla, ma di tentare di restringere o eliminare pratiche già giudicate dannose da istituzioni europee e da numerose organizzazioni per i diritti umani.

Cosa ha deciso davvero Bruxelles

Il punto centrale è questo: la Commissione ha risposto a un’iniziativa dei cittadini europei e ha scelto di preparare una raccomandazione agli Stati membri, prevista per il 2027, per spingerli a vietare le pratiche di conversione. La Commissione ha anche detto di voler accompagnare il tutto con campagne di sensibilizzazione, sostegno alle vittime e rafforzamento dell’assistenza medica e psicologica. Quindi il testo virale suggerisce un’imposizione centralizzata che, nei fatti, non c’è ancora.

Quanti Paesi hanno già vietato la pratica

Anche qui il post mescola dati veri e dati vecchi. Le fonti aggiornate indicano che non sono dieci gli Stati membri con un divieto pieno o parziale in modo stabile e uniforme, ma che il quadro è in evoluzione e comprende almeno otto Paesi con divieti nazionali citati dalle fonti recenti, mentre altre ricostruzioni riportano dieci includendo forme parziali o aggiornamenti più ampi. Malta resta il primo Paese dell’UE ad aver vietato queste pratiche, nel 2016, e Francia e altri Stati sono seguiti negli anni successivi.

La parte propagandistica

La frase finale del post virale — “ci sono solo due generi, come le lettere dell’abbreviazione EU” — è uno slogan polemico, non un fatto. “EU” significa semplicemente “European Union”, cioè Unione europea; non ha alcun rapporto logico con il numero dei generi riconosciuti, che varia a seconda degli ordinamenti nazionali e delle definizioni giuridiche adottate. Anche l’idea che esista un’unica posizione europea sui generi è falsa: l’UE non impone una definizione unica di identità di genere, e i Paesi membri hanno regole differenti sul riconoscimento legale.

Valutazione finale

Il contenuto è quindi misto: corretto nel dire che la Commissione europea vuole spingere i Paesi membri a vietare le “conversion practices”, ma fuorviante nel presentarlo come un piano di “estensione” o come una prova di supposta imposizione ideologica sui “generi”. In realtà il dato politico è più semplice e meno spettacolare: Bruxelles sta tentando di trasformare in standard europeo il divieto di pratiche considerate dannose e discriminatorie, senza però avere ancora una legge vincolante unica per tutta l’Unione.

Trump, Maxwell, Epstein: la conferma di una complicità conosciuta

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A volte, la verità non emerge da una singola, drammatica rivelazione, ma dal meticoloso accostamento di prove che, una volta assemblate, formano un quadro inequivocabile. Il recente rilascio di tre email dalla massa documentale di Jeffrey Epstein operato dai Democratici dell’House Oversight Committee ha proprio questo effetto: non sconvolge la narrazione, la consolida con dettagli che trasformano le supposizioni in certezze.

Le email sono frammenti di conversazioni private che gettano una luce cruda sulle relazioni tra Donald Trump, Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell, mostrando dinamiche di conoscenza e complicità che Trump ha a lungo tentato di negare o, almeno, di ridimensionare.

L’email più grava, scambiata tra Epstein e Maxwell nell’aprile 2011, cita esplicitamente una delle vittime che aveva passato "ore a casa [di Epstein] con Trump".

Il contesto temporale è significativo: un mese prima che Trump si ritirasse dalle primarie presidenziali del 2012. È un dettaglio che solleva interrogativi sul potenziale leverage, sulla possibilità di un ricatto in gestazione in un momento cruciale della prima incursione di Trump nella politica nazionale.

Tuttavia, è l’email del 2019 a Michael Wolff a rivelare la meccanica della menzogna. Epstein, commentando le dichiarazioni pubbliche di Trump, scrive: "ha detto che mi ha chiesto di dimettermi, mai un membro, mai". Questa non è una semplice smentita tra affaristi. È la correzione, da parte di uno degli attori principali, di una versione dei fatti che Trump stava costruendo per il consumo pubblico. Epstein sta di fatto affermando: "La sua narrazione di allontanamento morale è falsa. Io conosco la verità dei fatti".

Questa verità trova un’eco imbarazzante nelle dichiarazioni che Trump ha fatto lo scorso luglio. In due distinti momenti, subito dopo che il suo avvocato, Todd Blanche, ebbe incontrato Ghislaine Maxwell in carcere, Trump offrì quella che può essere definita una "confessione calibrata". Ammise di aver saputo che Epstein "rubava" ragazze dallo spa di Mar-a-Lago, di avergli intimato di smettere e, dopo una reiterazione, di averlo cacciato. Arrivò persino a identificare Virginia Giuffre come una di quelle ragazze.

La nuova documentazione, tuttavia, capovolge questa versione auto-assolutoria. Il problema non era solo Epstein. Il reclutamento avveniva attraverso Ghislaine Maxwell. E Trump, stando ai fatti che emergono, non si confrontò con l’architetto della trafficazione, Epstein, ma con la sua reclutatrice sul campo, la Maxwell. E, cosa ancor più grave, la sua reazione non fu di allertare le autorità o di proteggere in modo sistematico il suo staff, ma di gestire la situazione come una questione privata, un fastidio da contenere.

La timeline stessa confessa più di quanto Trump vorrebbe. Giuffre fu "reclutata" da Maxwell nel 2000. Un’altra ragazza fu prelevata anni dopo, forse nel 2004. Trump, secondo la sua stessa ammissione, intervenne solo dopo questo secondo episodio. Ciò significa che per anni, pur essendo a conoscenza del fatto che una sua dipendente minorenne era stata coinvolta nella rete di Epstein, non fece nulla per aiutarla o per fermare il meccanismo.

L’azione di Todd Blanche, che ha incontrato Maxwell prima delle dichiarazioni di Trump, assume ora un significato più oscuro. Non fu un semplice colloquio legale. Appare sempre più come una coordinata preparazione della difesa, un allineamento delle versioni che ha portato Trump a fornire un "limited hangout": un’ammissione parziale della verità, studiata per assorbire lo shock di rivelazioni future e per incanalare le colpe esclusivamente verso Epstein, l’unico attore ormai silenziato.

Il rilascio di queste email nello stesso giorno in cui Adelita Grijalva sta per essere insediata, fornendo il 218esimo voto cruciale per forzare il rilascio completo dei file Epstein, non è una coincidenza. È un avvertimento. È la prova che i documenti ancora secretati contengono conferme ancor più esplicite di queste relazioni pericolose.

La storia non è più solo quella di un presidente amico di un pedofilo. È la storia di un uomo che sapeva del traffico di minori che avveniva nella sua proprietà, che parlò con i trafficanti, ma che scelse di non intervenire per fermarli, preferendo proteggere sé stesso. E ora, con il suo avvocato, sembra lavorare per silenziare l’unica altra persona, oltre a lui, che può raccontare fino in fondo quella verità: Ghislaine Maxwell.

L’UE vieta la sorveglianza dei giornalisti, ma metà degli Stati membri ignora la legge

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L’Unione Europea ha compiuto un
passo significativo nella tutela della libertà di stampa con l’entrata
in vigore, l’8 agosto 2025, dell’Akt sulla libertà dei media (EMFA),
un regolamento pensato per proteggere il pluralismo dell’informazione e
l’indipendenza del giornalismo. Tuttavia, nonostante le buone
intenzioni, metà dei Paesi membri sembra già ignorare le nuove norme,
sollevando dubbi sull’efficacia concreta di questa riforma.

Una vittoria (a metà) per la democrazia

L’EMFA è il risultato di anni
di negoziati e pressioni da parte di organizzazioni per i diritti umani,
associazioni giornalistiche e politici consapevoli del ruolo cruciale
di una stampa libera. Tra le misure più importanti: il divieto di
utilizzare software spia contro i giornalisti, garanzie
per il finanziamento indipendente dei media pubblici e maggiore
trasparenza per le piattaforme digitali. L’obiettivo è contrastare la
concentrazione del potere mediatico, le ingerenze politiche e le
pressioni sui giornalisti.

Eppure, nonostante il tempo a
disposizione per adeguarsi, molti governi hanno fatto ben poco. Solo
pochi Stati hanno avviato riforme legislative, mentre altri sembrano in
netto ritardo. Questo stallo minaccia di trasformare l’EMFA in una mera
dichiarazione di intenti, priva di impatto reale.

Il problema: la mancanza di volontà politica

La Commissione Europea e il Consiglio per i servizi mediatici
avranno un ruolo cruciale nel monitorare l’applicazione delle norme. Ma
il vero ostacolo è la resistenza di alcuni governi, specialmente in
Paesi dove la libertà di stampa è già sotto attacco. Senza una stretta
vigilanza, il rischio è che l’EMFA resti lettera morta, lasciando i
giornalisti esposti a sorveglianze illegali e pressioni politiche.

Organizzazioni come il Media Freedom Rapid Response (MFRR)
hanno già annunciato che continueranno a monitorare la situazione,
pubblicando rapporti e sollecitando interventi dove necessario. La posta
in gioco è alta: se applicato correttamente, l’EMFA potrebbe diventare
uno strumento potente contro l’erosione della democrazia.

La sfida tecnico-politica

Uno degli aspetti più delicati riguarda la sorveglianza digitale. L’EMFA vieta esplicitamente l’uso di strumenti come Pegasus
o altri spyware contro i giornalisti, ma senza un’armonizzazione a
livello europeo, il rischio è che alcuni Paesi continuino a bypassare le
regole. Inoltre, la mancata trasparenza delle piattaforme digitali
potrebbe rendere difficile identificare violazioni o censure indirette.

La Commissione Europea
dovrà quindi agire con fermezza, minacciando sanzioni per gli Stati
inadempienti. Ma in un’Europa sempre più divisa tra Est e Ovest, Nord e
Sud, trovare un equilibrio tra sovranità nazionale e rispetto delle
regole comunitarie non sarà semplice.

Una battaglia per il futuro dell’informazione

L’EMFA rappresenta un tentativo
ambizioso di difendere la libertà di stampa in un’epoca in cui i media
sono sotto attacco da più fronti: governi autoritari, disinformazione e
pressioni economiche. Ma senza una reale volontà politica, rischia di
essere un’altra legge europea elusa nell’indifferenza.

La vera sfida, quindi, non è solo tecnica o giuridica, ma culturale:
convincere gli Stati membri che una stampa libera non è un ostacolo al
potere, ma la base stessa della democrazia. E su questo, purtroppo, non
esistono leggi che tengano.