Note di economia, politica e tecnologia

L'Italia dice a Israele di fermarsi. Il problema è cosa succede dopo averlo detto (esteri.it)

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Italia, Francia, Germania e Regno Unito hanno chiesto congiuntamente a Israele di fermare l'espansione degli insediamenti nella zona E1 della Cisgiordania, definendo i nuovi bandi «inaccettabili». Il punto non è soltanto simbolico: costruire in quell'area spezzerebbe la continuità territoriale palestinese tra nord e sud, rendendo ancora più difficile immaginare concretamente quella soluzione dei due Stati che le diplomazie europee continuano ufficialmente a sostenere.

La posizione italiana non nasce oggi: già nel 2025 il ministero degli Esteri aveva sottoscritto dichiarazioni internazionali che definivano il progetto E1 contrario al diritto internazionale e chiedevano a Israele di ritirarlo. Nel frattempo il progetto è andato avanti.

Ed è proprio questa la contraddizione. Roma può usare parole sempre più nette — «inaccettabile», «illegale», «distruttivo per i due Stati» — ma se a ogni nuova espansione segue essenzialmente una nuova dichiarazione, Israele può ragionevolmente calcolare che il costo politico concreto resterà limitato. Non è più una questione di trovare l'aggettivo diplomatico giusto. È decidere se quelle parole debbano produrre conseguenze.

https://www.esteri.it/it/sala_stampa/archivionotizie/comunicati/2025/08/dichiarazione-dei-ministri-degli-esteri-sui-piani-di-insediamento-e1/

Il Vaticano rimuove don Biancalani. Salvini festeggia, ma il punto politico è un altro

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La Santa Sede ha confermato la rimozione di don Massimo Biancalani dalle parrocchie di Vicofaro e Ramini, respingendo il ricorso del sacerdote. Il procedimento, però, non riguarda violazioni disciplinari della condotta sacerdotale: la motivazione indicata è quella dell'«opportunità pastorale».

Ed è qui che la notizia diventa interessante. Perché Matteo Salvini ha immediatamente trasformato una decisione interna alla Chiesa in una vittoria politica: «Il prete dei clandestini lascia Vicofaro. Il tempo è galantuomo». È una frase che racconta forse più della rimozione stessa. Un ministro della Repubblica che tratta la fine dell'incarico pastorale di un sacerdote come la conclusione vittoriosa di una battaglia contro un avversario politico.

Su Vicofaro ci sono stati problemi reali, proteste dei residenti, criticità igienico-sanitarie e una gestione dell'accoglienza fortemente contestata. Fingere che tutto questo non sia esistito sarebbe ideologico quanto festeggiare la rimozione. Ma Biancalani aveva trasformato una parrocchia in uno dei simboli italiani dell'accoglienza dei migranti. Ed è proprio per questo che la sua vicenda è stata progressivamente sottratta alla Chiesa e trasformata in un'altra trincea della politica sull'immigrazione.

Alla fine il Vaticano può decidere chi debba guidare una parrocchia. Più curioso è vedere un vicepremier aspettare il verdetto per poter finalmente esultare contro un prete.

Meloni ha finalmente trovato l'opposizione. Alla sua destra

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Per anni Giorgia Meloni ha costruito la propria fortuna politica spostando continuamente il confine un po' più a destra: più fermezza sull'immigrazione, più identità, meno concessioni sui diritti. Poi è arrivato Vannacci e ha fatto una cosa piuttosto semplice: ha continuato a spostarlo.

Ora Futuro Nazionale viene dato al 7% nel sondaggio citato da Le Monde, davanti a Lega e Forza Italia, e nella maggioranza sembra essere iniziata una curiosa gara a dimostrare chi sia il meno moderato. Vannacci parla di “remigrazione”, Piantedosi rivendica che sulle espulsioni il governo italiano sarebbe già “un modello”. Vannacci insiste sull'identità europea, Meloni rilancia sulle radici cristiane. Il problema non è tanto che Vannacci possa arrivare al governo: è che, almeno sul terreno culturale, sembra riuscire a spostare quello che c'è già.

È il piccolo paradosso di questa destra. Meloni per anni ha accusato gli altri di rincorrere le sue battaglie; adesso è lei a dover guardare continuamente alla propria destra per paura di perdere elettori.

Forse è questa la vendetta più ironica. Giorgia Meloni ha passato anni a spiegare che bisognava spostare il confine.

Qualcuno l'ha ascoltata.

E ha continuato a spostarlo.

Il mistero del libro di Ranucci che forse è un mistero soltanto per chi ha bisogno di un altro caso Ranucci (ilfoglio.it)

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Ormai attorno a Sigfrido Ranucci sembra essersi sviluppato un genere giornalistico autonomo. Non importa molto quale sia la notizia: basta che da qualche parte compaia il suo nome e immediatamente parte la ricerca della contraddizione, del retroscena, dell'amicizia sospetta, della frase pronunciata male o della virgola capace di diventare un caso nazionale.

Questa volta tocca al fantomatico libro con Maria Rosaria Boccia.

Qualche giorno fa Boccia racconta al Corriere che esiste un progetto editoriale concreto e già in stato avanzato. La notizia viene raccontata come quella di un libro scritto “a doppia firma” con Ranucci. Ranucci però smentisce di stare scrivendo un libro insieme a lei. Ed ecco servito il nuovo giallo dell'estate: uno dei due mente? Il libro esiste? Non esiste? Chi sta coprendo chi?

Solo che, andando oltre il titolo, la faccenda diventa molto meno eccitante.

Boccia oggi precisa una cosa piuttosto semplice: lei aveva confermato l'esistenza del progetto editoriale, non aveva dichiarato testualmente che quel libro sarebbe stato scritto a quattro mani con Sigfrido Ranucci. E infatti ribadisce che il progetto esiste, ma preferisce non spiegare quale sia esattamente il ruolo del giornalista.

Si può certamente trovare questa reticenza curiosa. Si possono fare domande. È esattamente quello che dovrebbe fare un giornale.

Quello che colpisce è però la sproporzione.

Perché da settimane intorno a Ranucci sembra essersi costruita una gigantesca macchina narrativa nella quale ogni rapporto personale diventa ambiguo, ogni conoscenza diventa compromettente e ogni dettaglio della sua vita professionale sembra meritare un'indagine nell'indagine. Persino l'esistenza, la firma o la collaborazione a un libro diventano materiale attraverso cui alimentare il sospetto.

E tutto questo accade mentre sul tavolo c'è qualcosa di leggermente più importante: il futuro di Report e del suo conduttore in Rai.

Ranucci in questi giorni ha parlato apertamente di un «attacco vergognoso» contro di lui e contro la trasmissione. Intanto la Rai sta valutando la sua posizione e sui giornali sono circolate persino ipotesi sulla sua sostituzione alla conduzione.

È questo il contesto che rende il “giallo del libro” molto meno divertente di quanto sembri.

Ranucci non è infallibile e Report non è un testo sacro. Se un giornalista commette errori, quegli errori vanno contestati nel merito. Se esistono comportamenti professionalmente scorretti, vanno dimostrati. Se un'inchiesta contiene falsità, si prendano quelle falsità e le si smontino una per una.

È il mestiere del giornalismo.

Ma quando invece si accumulano amicizie, telefonate, incontri, indiscrezioni, stipendi, libri veri, libri presunti e rapporti personali fino a costruire intorno a un giornalista una permanente atmosfera di sospetto, allora viene spontaneo chiedersi se l'obiettivo sia ancora verificare il suo lavoro oppure rendere progressivamente impresentabile chi quel lavoro lo fa.

E forse la domanda interessante non è neppure se Boccia e Ranucci scriveranno insieme un libro.

La domanda è un'altra.

Perché improvvisamente sembra diventato così importante trovare qualcosa, qualsiasi cosa, da raccontare su Sigfrido Ranucci?

Perché se per mettere in discussione anni di inchieste di Report siamo arrivati al grande mistero estivo della firma sulla copertina di un libro, forse il problema non è Ranucci.

Forse è che qualcuno sta raschiando il fondo del barile.

https://www.ilfoglio.it/politica/2026/08/20/news/in-rai-un-direttore-e-per-sempre-ecco-perche-trovare-una-collocazione-a-ranucci-e-unimpresa--405201

Se tua madre è russa, adesso devi chiedere scusa per Putin

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A Castiglioncello una ragazza di diciotto anni, italiana con madre russa, racconta di essere stata insultata per le sue origini e poi colpita con un pugno in faccia durante una festa. La vicenda dovrà naturalmente essere ricostruita fino in fondo, ma c'è un particolare del suo racconto che merita attenzione: tutto sarebbe cominciato quando alcuni ragazzi hanno scoperto che sua madre è russa.

Ora, io pensavo di aver capito più o meno come funzionasse questa storia. Putin invade l'Ucraina, quindi Putin è l'aggressore. Il governo russo porta avanti una guerra criminale, quindi combattiamo politicamente quel governo e sosteniamo il diritto degli ucraini a difendersi.

Semplice.

Evidentemente ero rimasto indietro.

Perché a quanto pare siamo arrivati al punto in cui essere russi, avere una madre russa o semplicemente parlare russo può diventare una colpa da espiare personalmente. Come se una ragazza di diciotto anni in vacanza in Toscana dovesse presentare, insieme alla carta d'identità, una dichiarazione firmata sulla propria posizione rispetto all'invasione dell'Ucraina.

È una logica interessante, soprattutto quando arriva da quella parte del mondo politico e culturale che da anni prova a spiegare — giustamente — che non si attribuiscono agli individui le responsabilità dei governi, delle religioni, delle etnie o dei Paesi da cui provengono.

Un musulmano non è responsabile dell'ISIS. Un palestinese non è responsabile di Hamas. Un israeliano non è responsabile personalmente delle decisioni di Netanyahu.

Ma una ragazza con la mamma russa, evidentemente, deve rispondere di Putin.

Forse alla frontiera dovremmo introdurre un modulo. “Condanni l'invasione dell'Ucraina? Sì, no, abbastanza, moltissimo”. Sotto una casella per dichiarare eventuali parenti russi fino al terzo grado. In caso di risposta insufficiente, niente discoteca.

Naturalmente sto esasperando, ma è proprio questo il punto. Perché la xenofobia funziona sempre allo stesso modo: prende milioni di persone diverse e le trasforma in una categoria. Poi prende quella categoria e le attribuisce una colpa collettiva. Cambiano soltanto le categorie che, di volta in volta, consideriamo socialmente accettabile disprezzare.

Ed è qui che la faccenda diventa politicamente interessante. Per anni abbiamo giustamente preso in giro quelli che dopo un attentato chiedevano al vicino musulmano di “prendere le distanze”. Come se Mohammed del terzo piano dovesse convocare una conferenza stampa ogni volta che un fanatico commetteva un attentato a tremila chilometri da casa sua.

Non possiamo adesso inventarci la stessa idiozia con i russi.

Si può stare senza esitazioni dalla parte dell'Ucraina, considerare Putin responsabile dell'invasione e contemporaneamente ricordarsi che una ragazza di diciotto anni con madre russa non ha invaso proprio nessuno.

Dovrebbe essere una banalità.

E invece siamo arrivati al punto di doverlo scrivere.

Perché quando per combattere il nazionalismo di Putin cominci a giudicare le persone in base alla loro nazionalità, forse sarebbe il caso di controllare la bussola.

Potresti scoprire che, mentre combattevi il nemico, hai iniziato a ragionare esattamente come lui.

Silvia Salis e quello strano vizio della sinistra di avere paura di chi potrebbe vincere

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C'è una cosa che la sinistra italiana riesce a fare con una puntualità quasi commovente: iniziare a litigare sul proprio candidato prima ancora che esista un candidato.

Silvia Salis, per esempio, al momento non si è candidata alle primarie del centrosinistra. Non ha annunciato di voler lasciare Genova, non si è dimessa da sindaca e, soprattutto, queste benedette primarie non sono state nemmeno indette. Eppure sul Fatto Quotidiano è già comparso un intervento dal titolo piuttosto definitivo: Se Silvia Salis si candiderà davvero alle primarie, saremo molti a non volerla più sostenere.

Quel “se” è meraviglioso, perché siamo praticamente alla sfiducia preventiva. Non sappiamo se si candiderà, ma nel dubbio possiamo già cominciare a spiegarle perché non dovrebbe farlo.

La cosa diventa ancora più curiosa se pensiamo a quello che raccontiamo da anni. La destra ha l'uomo solo al comando, noi abbiamo la partecipazione. Loro hanno il capo, noi discutiamo. Loro scelgono dall'alto, noi facciamo le primarie e lasciamo decidere agli elettori.

Poi arriva la possibilità che alle primarie partecipi qualcuno che magari potrebbe persino vincerle e improvvisamente scopriamo che la partecipazione dal basso è bellissima, purché dal basso venga fuori il nome giusto.

Salis, tra l'altro, ha un difetto politico piuttosto grave: ha già vinto un'elezione.

A Genova ha messo insieme una coalizione larghissima, dal Movimento 5 Stelle fino all'area centrista, ed è riuscita a vincere al primo turno. In un centrosinistra che da anni organizza convegni per capire come costruire il famoso “campo largo”, qualcuno è riuscito semplicemente a costruirlo e a vincerci le elezioni.

Naturalmente la nostra prima reazione non poteva che essere: attenzione, potrebbe essere pericolosa.

Poi c'è l'aggravante definitiva: Matteo Renzi ha detto che Salis sarebbe un nome forte. E qui entriamo direttamente nel campo della contaminazione politica. Renzi ormai non ha neppure bisogno di allearsi con qualcuno per metterlo nei guai: gli basta dire che gli piace. È una specie di maledizione. Se domani dichiarasse pubblicamente di apprezzare la carbonara, entro sera avremmo probabilmente una corrente del PD favorevole all'amatriciana.

Nel frattempo Giorgia Meloni può osservare tutto con una certa serenità. Perché mentre il centrosinistra dovrebbe chiedersi come costruire una coalizione capace di batterla, una sua parte è già impegnata a stabilire chi non deve guidarla. Prima delle primarie, prima delle candidature e possibilmente prima ancora di conoscere le regole.

Continuiamo pure così. Prima o poi riusciremo finalmente a trovare il candidato perfetto per mettere d'accordo tutta la sinistra italiana.

Giorgia Meloni.

Invasati di Futuro Nazionale, nazisti e antisemiti nella chat

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Tranquilli: erano gli infiltrati.

Repubblica pubblica alcuni messaggi provenienti da una chat interna legata a Futuro Nazionale, il movimento del generale Roberto Vannacci.

Dentro, secondo quanto riportato dal giornale, ci sarebbe un po’ di tutto.

Insulti agli ebrei.

Gente che invoca lo sterminio degli arabi.

Nostalgici del Terzo Reich.

Elogi a Hitler.

Discorsi sulle “azioni di forza”.

E poi gli immancabili messaggi di fedeltà:

“Agli ordini del generale”.

Una roba talmente sopra le righe che verrebbe spontaneo pensare a una caricatura della sinistra sui vannacciani.

E infatti arriva la spiegazione.

Erano infiltrati.

Perfetto.

Prendiamola per buona.

Quindi qualcuno sarebbe riuscito a entrare in una chat frequentata da centinaia di persone dell’ambiente di Futuro Nazionale, mettersi a inneggiare a Hitler, insultare gli ebrei e parlare di stermini senza che apparentemente scattasse immediatamente un:

“Scusate, ma chi è questo nazista?”

Anzi.

Bisogna aspettare Repubblica per scoprire che nella chat ci sono gli infiltrati.

Curioso.

Perché se entro nella chat del circolo bocciofilo e comincio a spiegare che bisogna restaurare il Terzo Reich, probabilmente non riesco neanche a finire il messaggio prima che qualcuno mi accompagni virtualmente alla porta.

Qui invece sarebbero tutti agenti provocatori.

A questo punto la domanda diventa interessante.

Quanti infiltrati servono perché un infiltrato smetta di essere un infiltrato e diventi semplicemente parte del gruppo?

Perché delle due l’una.

O quei messaggi rappresentano davvero persone che gravitano attorno a Futuro Nazionale.

Oppure Futuro Nazionale ha un problema di controllo interno talmente grande che centinaia di militanti e dirigenti possono ritrovarsi in mezzo a provocatori neonazisti senza accorgersene.

Non so quale delle due versioni sia più rassicurante.

Forse c’è anche una terza possibilità.

Gli infiltrati erano così bravi che si erano infiltrati pure tra gli infiltrati.

Attendiamo che il generale faccia l’appello.

Dalla Bestia a X: la nuova macchina di Salvini parla muskiano

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Se davvero Matteo Salvini guarda al 2027 affidandosi ad Andrea Stroppa, il segnale politico è già più importante della manovra organizzativa: la Lega non sta cercando un radicamento nuovo, sta cercando una scorciatoia nuova. Il titolo di Domani parla esplicitamente di una “Lega formato Elon Musk” e segnala che Salvini sarebbe convinto del peso dell’intelligenza artificiale nella prossima campagna elettorale.

La scelta di Stroppa, infatti, non è neutra. Più fonti lo descrivono come il referente italiano di Elon Musk, un collegamento con interlocutori politici e istituzionali in Italia pur senza ruoli ufficiali nelle aziende del magnate, e ricordano anche il suo profilo pubblico di fedeltà al mondo Musk, da X a xAI fino a SpaceX. Per questo il punto non è soltanto la comunicazione: è il modello di potere che quella comunicazione porta con sé.

La “nuova Bestia” di Salvini, allora, non sembra semplicemente un aggiornamento tecnico della vecchia propaganda social. Sembra piuttosto il tentativo di innestare sulla tradizionale macchina leghista l’ecosistema muskiano fatto di piattaforma proprietaria, personalizzazione estrema della leadership e cortocircuito costante tra politica, influenza privata e guerra culturale. Invece di fare i conti con il logoramento del suo messaggio, Salvini sembra cercare una legittimazione esterna, quasi un supplemento di forza preso in prestito dall’immaginario globale della destra techno-libertaria.

Non è neppure la prima volta che Stroppa entra direttamente nel perimetro politico del leader leghista. A febbraio 2025, secondo Domani, è intervenuto contro il ministro dell’Interno Piantedosi reclamando di fatto il ritorno di Salvini al Viminale, mentre il Corriere ha raccontato un suo sondaggio su X in cui circa due terzi dei 1.129 rispondenti giudicavano negativamente l’operato del ministro. A marzo dello stesso anno, dopo il colloquio tra Salvini e J.D. Vance, Stroppa ha scritto che l’amministrazione americana “apprezza Salvini” e che il leader della Lega sarà protagonista nei rapporti tra Italia e Stati Uniti.

Anche sul piano simbolico l’asse è stato coltivato con cura. Al congresso della Lega del 2025 Elon Musk figurava tra gli ospiti previsti e, secondo una ricostruzione giornalistica, il tramite tra lui e Salvini era stato proprio Stroppa. Nello stesso periodo il vicesegretario Andrea Crippa rivendicava pubblicamente i “buoni rapporti” della Lega con Musk e Trump, confermando che non si tratta di un episodio isolato ma di una linea politica ormai riconoscibile.

Ed è qui che la faccenda smette di essere folclore digitale e diventa questione politica. Un partito che per anni ha raccontato di incarnare il territorio, il popolo concreto e il buonsenso contro le élite oggi sembra affidarsi a un mediatore dell’uomo più ricco del mondo e a una grammatica politica costruita dentro una piattaforma privata. È una parabola rivelatrice: dalla destra “anti-sistema” alla destra che sogna di vincere grazie al sistema di qualcun altro.

La contraddizione è tutta qui. La Lega che un tempo rivendicava autonomia e identità ora sembra inseguire il riflesso condizionato dell’algoritmo, l’autorità del miliardario globale e la promessa che bastino IA, viralità e connessioni transatlantiche per sostituire idee, classe dirigente e rapporto sociale. Se questa è la nuova Bestia, non è più soltanto una macchina di propaganda: è il segno di una destra che ha smesso di parlare al paese e ha cominciato a parlare soprattutto alla propria bolla di potere.

Dalla biblioteca all’oracolo: come l’AI sta cambiando la ricerca della verità

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Oggi partiamo da un articolo del bravo Paolo Benanti, uscito sul Wall Street Journal, per innescare una riflessione su ciò che sta accadendo nel trattamento delle verità al tempo moderno, quello in cui un chatbot può fornirti domande a risposte e il cui utilizzo è sempre più quotidiano e involontario da parte di chiunque. Quali tesi hanno più peso nella nostra fiducia? In cosa crediamo oggi?

In realtà Benanti usa l’Intelligenza Artificiale solo come punto di partenza per una riflessione molto più ampia: come gli esseri umani decidono cosa è vero.

La sua tesi è che la ricerca della verità non è mai stata una questione puramente individuale. Nessun essere umano può verificare personalmente tutto ciò che sa. Non abbiamo visto gli atomi, non abbiamo assistito alla maggior parte degli eventi storici che conosciamo, non possiamo ripetere ogni esperimento scientifico. La nostra conoscenza si basa inevitabilmente sulla fiducia.

Secondo Benanti, la domanda fondamentale della storia umana non è mai stata “credere o non credere”, ma piuttosto:

Cosa merita di essere creduto?

Per secoli la civiltà occidentale ha costruito strutture per rispondere a questa domanda. La biblioteca diventa la metafora centrale del suo ragionamento. Nella biblioteca il sapere non arriva già confezionato: bisogna cercarlo, confrontare le fonti, verificare chi ha prodotto una certa affermazione e capire quali prove la sostengono. La verità emerge da un processo di confronto e verifica.

Con l’avvento dell’AI generativa, sostiene Benanti, stiamo assistendo a un cambiamento radicale. Non interroghiamo più una biblioteca, ma un oracolo.

Quando poniamo una domanda a un chatbot, riceviamo una risposta immediata, fluida, autorevole. Il problema non è tanto che possa sbagliare. Il problema è che il processo che ha generato quella risposta è spesso invisibile all’utente. Le fonti non sono immediatamente evidenti, il ragionamento interno non è verificabile, e la risposta arriva già sintetizzata e confezionata.

In altre parole, stiamo passando da una cultura della ricerca a una cultura della ricezione.

Storicamente, secondo l’autore, l’umanità ha già affrontato problemi simili. Per questo richiama il ruolo della teologia e della Chiesa. Contrariamente all’immagine comune che vede la religione come antagonista della ragione, Benanti sostiene che una parte importante della tradizione teologica occidentale sia stata proprio la costruzione di metodi per valutare l’affidabilità delle affermazioni.

La teologia medievale e i grandi concili non si limitavano a stabilire cosa fosse vero. Cercavano di definire i criteri attraverso cui una verità poteva essere considerata credibile. In questo senso, il Concilio di Nicea viene presentato quasi come un gigantesco esercizio di “fact checking” del IV secolo: non una semplice votazione, ma una discussione su quali fonti, testimonianze e tradizioni meritassero fiducia.

Qui emerge il concetto centrale dell’articolo: la ricerca della verità non consiste soltanto nel trovare risposte, ma nel costruire criteri di credibilità.

Per Benanti, la vera sfida dell’era dell’AI non è stabilire se una macchina sia intelligente o meno. La vera sfida è capire:

  • perché una risposta dovrebbe essere considerata attendibile;
  • chi controlla i sistemi che producono quella risposta;
  • quali informazioni vengono privilegiate o escluse;
  • quali interessi economici o politici influenzano il processo.

L’autore osserva che per molto tempo si è pensato che il progresso scientifico avrebbe reso la religione irrilevante. Oggi accade qualcosa di paradossale: proprio l’Intelligenza Artificiale ci costringe a tornare a domande che per secoli sono state affrontate dalla filosofia e dalla teologia.

Come distinguere l’autorità autentica dalla semplice persuasione?

Come capire se una fonte merita fiducia?

Come evitare di credere a qualcosa solo perché viene esposto con sicurezza e competenza apparente?

In conclusione, Benanti descrive una vera e propria evoluzione storica della ricerca della verità:

  • L’epoca della tradizione, in cui la verità veniva trasmessa attraverso autorità religiose, culturali e sociali.
  • L’epoca della biblioteca e della scienza moderna, in cui la verità veniva cercata attraverso confronto, verifica e trasparenza delle fonti.
  • L’epoca dell’oracolo algoritmico, in cui le risposte arrivano immediatamente ma il processo che le genera diventa opaco.

La sua preoccupazione non è che l’AI sostituisca Dio o la religione. È che l’umanità dimentichi come si costruisce la fiducia nella conoscenza.

Per questo l’ultima domanda dell’articolo è anche la più importante:

In un mondo pieno di risposte immediate, siamo ancora capaci di chiederci perché dovremmo credere a ciò che ci viene detto?

Ed è proprio questa, secondo Benanti, la nuova frontiera della ricerca della verità nel XXI secolo.

L’UE e le “conversion therapy”: tra tutela dei diritti e retorica propagandistica

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La notizia di per sé è sostanzialmente vera: la Commissione europea ha annunciato che chiederà agli Stati membri di vietare le pratiche di “conversione” rivolte alle persone LGBTQ+, ma lo farà con una raccomandazione non vincolante, non con un divieto immediatamente imposto a tutti i Paesi dell’Unione. L’affermazione secondo cui “Bruxelles intende estendere questa pratica” è dunque capovolta: non si tratta di estendere nulla, ma di tentare di restringere o eliminare pratiche già giudicate dannose da istituzioni europee e da numerose organizzazioni per i diritti umani.

Cosa ha deciso davvero Bruxelles

Il punto centrale è questo: la Commissione ha risposto a un’iniziativa dei cittadini europei e ha scelto di preparare una raccomandazione agli Stati membri, prevista per il 2027, per spingerli a vietare le pratiche di conversione. La Commissione ha anche detto di voler accompagnare il tutto con campagne di sensibilizzazione, sostegno alle vittime e rafforzamento dell’assistenza medica e psicologica. Quindi il testo virale suggerisce un’imposizione centralizzata che, nei fatti, non c’è ancora.

Quanti Paesi hanno già vietato la pratica

Anche qui il post mescola dati veri e dati vecchi. Le fonti aggiornate indicano che non sono dieci gli Stati membri con un divieto pieno o parziale in modo stabile e uniforme, ma che il quadro è in evoluzione e comprende almeno otto Paesi con divieti nazionali citati dalle fonti recenti, mentre altre ricostruzioni riportano dieci includendo forme parziali o aggiornamenti più ampi. Malta resta il primo Paese dell’UE ad aver vietato queste pratiche, nel 2016, e Francia e altri Stati sono seguiti negli anni successivi.

La parte propagandistica

La frase finale del post virale — “ci sono solo due generi, come le lettere dell’abbreviazione EU” — è uno slogan polemico, non un fatto. “EU” significa semplicemente “European Union”, cioè Unione europea; non ha alcun rapporto logico con il numero dei generi riconosciuti, che varia a seconda degli ordinamenti nazionali e delle definizioni giuridiche adottate. Anche l’idea che esista un’unica posizione europea sui generi è falsa: l’UE non impone una definizione unica di identità di genere, e i Paesi membri hanno regole differenti sul riconoscimento legale.

Valutazione finale

Il contenuto è quindi misto: corretto nel dire che la Commissione europea vuole spingere i Paesi membri a vietare le “conversion practices”, ma fuorviante nel presentarlo come un piano di “estensione” o come una prova di supposta imposizione ideologica sui “generi”. In realtà il dato politico è più semplice e meno spettacolare: Bruxelles sta tentando di trasformare in standard europeo il divieto di pratiche considerate dannose e discriminatorie, senza però avere ancora una legge vincolante unica per tutta l’Unione.