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Politica

Meloni ha finalmente trovato l'opposizione. Alla sua destra

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Per anni Giorgia Meloni ha costruito la propria fortuna politica spostando continuamente il confine un po' più a destra: più fermezza sull'immigrazione, più identità, meno concessioni sui diritti. Poi è arrivato Vannacci e ha fatto una cosa piuttosto semplice: ha continuato a spostarlo.

Ora Futuro Nazionale viene dato al 7% nel sondaggio citato da Le Monde, davanti a Lega e Forza Italia, e nella maggioranza sembra essere iniziata una curiosa gara a dimostrare chi sia il meno moderato. Vannacci parla di “remigrazione”, Piantedosi rivendica che sulle espulsioni il governo italiano sarebbe già “un modello”. Vannacci insiste sull'identità europea, Meloni rilancia sulle radici cristiane. Il problema non è tanto che Vannacci possa arrivare al governo: è che, almeno sul terreno culturale, sembra riuscire a spostare quello che c'è già.

È il piccolo paradosso di questa destra. Meloni per anni ha accusato gli altri di rincorrere le sue battaglie; adesso è lei a dover guardare continuamente alla propria destra per paura di perdere elettori.

Forse è questa la vendetta più ironica. Giorgia Meloni ha passato anni a spiegare che bisognava spostare il confine.

Qualcuno l'ha ascoltata.

E ha continuato a spostarlo.

Silvia Salis e quello strano vizio della sinistra di avere paura di chi potrebbe vincere

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C'è una cosa che la sinistra italiana riesce a fare con una puntualità quasi commovente: iniziare a litigare sul proprio candidato prima ancora che esista un candidato.

Silvia Salis, per esempio, al momento non si è candidata alle primarie del centrosinistra. Non ha annunciato di voler lasciare Genova, non si è dimessa da sindaca e, soprattutto, queste benedette primarie non sono state nemmeno indette. Eppure sul Fatto Quotidiano è già comparso un intervento dal titolo piuttosto definitivo: Se Silvia Salis si candiderà davvero alle primarie, saremo molti a non volerla più sostenere.

Quel “se” è meraviglioso, perché siamo praticamente alla sfiducia preventiva. Non sappiamo se si candiderà, ma nel dubbio possiamo già cominciare a spiegarle perché non dovrebbe farlo.

La cosa diventa ancora più curiosa se pensiamo a quello che raccontiamo da anni. La destra ha l'uomo solo al comando, noi abbiamo la partecipazione. Loro hanno il capo, noi discutiamo. Loro scelgono dall'alto, noi facciamo le primarie e lasciamo decidere agli elettori.

Poi arriva la possibilità che alle primarie partecipi qualcuno che magari potrebbe persino vincerle e improvvisamente scopriamo che la partecipazione dal basso è bellissima, purché dal basso venga fuori il nome giusto.

Salis, tra l'altro, ha un difetto politico piuttosto grave: ha già vinto un'elezione.

A Genova ha messo insieme una coalizione larghissima, dal Movimento 5 Stelle fino all'area centrista, ed è riuscita a vincere al primo turno. In un centrosinistra che da anni organizza convegni per capire come costruire il famoso “campo largo”, qualcuno è riuscito semplicemente a costruirlo e a vincerci le elezioni.

Naturalmente la nostra prima reazione non poteva che essere: attenzione, potrebbe essere pericolosa.

Poi c'è l'aggravante definitiva: Matteo Renzi ha detto che Salis sarebbe un nome forte. E qui entriamo direttamente nel campo della contaminazione politica. Renzi ormai non ha neppure bisogno di allearsi con qualcuno per metterlo nei guai: gli basta dire che gli piace. È una specie di maledizione. Se domani dichiarasse pubblicamente di apprezzare la carbonara, entro sera avremmo probabilmente una corrente del PD favorevole all'amatriciana.

Nel frattempo Giorgia Meloni può osservare tutto con una certa serenità. Perché mentre il centrosinistra dovrebbe chiedersi come costruire una coalizione capace di batterla, una sua parte è già impegnata a stabilire chi non deve guidarla. Prima delle primarie, prima delle candidature e possibilmente prima ancora di conoscere le regole.

Continuiamo pure così. Prima o poi riusciremo finalmente a trovare il candidato perfetto per mettere d'accordo tutta la sinistra italiana.

Giorgia Meloni.

Invasati di Futuro Nazionale, nazisti e antisemiti nella chat

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Tranquilli: erano gli infiltrati.

Repubblica pubblica alcuni messaggi provenienti da una chat interna legata a Futuro Nazionale, il movimento del generale Roberto Vannacci.

Dentro, secondo quanto riportato dal giornale, ci sarebbe un po’ di tutto.

Insulti agli ebrei.

Gente che invoca lo sterminio degli arabi.

Nostalgici del Terzo Reich.

Elogi a Hitler.

Discorsi sulle “azioni di forza”.

E poi gli immancabili messaggi di fedeltà:

“Agli ordini del generale”.

Una roba talmente sopra le righe che verrebbe spontaneo pensare a una caricatura della sinistra sui vannacciani.

E infatti arriva la spiegazione.

Erano infiltrati.

Perfetto.

Prendiamola per buona.

Quindi qualcuno sarebbe riuscito a entrare in una chat frequentata da centinaia di persone dell’ambiente di Futuro Nazionale, mettersi a inneggiare a Hitler, insultare gli ebrei e parlare di stermini senza che apparentemente scattasse immediatamente un:

“Scusate, ma chi è questo nazista?”

Anzi.

Bisogna aspettare Repubblica per scoprire che nella chat ci sono gli infiltrati.

Curioso.

Perché se entro nella chat del circolo bocciofilo e comincio a spiegare che bisogna restaurare il Terzo Reich, probabilmente non riesco neanche a finire il messaggio prima che qualcuno mi accompagni virtualmente alla porta.

Qui invece sarebbero tutti agenti provocatori.

A questo punto la domanda diventa interessante.

Quanti infiltrati servono perché un infiltrato smetta di essere un infiltrato e diventi semplicemente parte del gruppo?

Perché delle due l’una.

O quei messaggi rappresentano davvero persone che gravitano attorno a Futuro Nazionale.

Oppure Futuro Nazionale ha un problema di controllo interno talmente grande che centinaia di militanti e dirigenti possono ritrovarsi in mezzo a provocatori neonazisti senza accorgersene.

Non so quale delle due versioni sia più rassicurante.

Forse c’è anche una terza possibilità.

Gli infiltrati erano così bravi che si erano infiltrati pure tra gli infiltrati.

Attendiamo che il generale faccia l’appello.