Note di economia, politica e tecnologia

L'ONU aspetta 4 miliardi, Trump ne versa 725 milioni (aol.com)

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L'amministrazione Trump ha notificato al Congresso l'intenzione di versare 725 milioni di dollari alle Nazioni Unite, comunicazione datata 4 agosto e resa nota solo ora da Reuters. La cifra corrisponde a meno di un quinto dei circa 4 miliardi di dollari che l'ONU sostiene Washington le debba tra bilancio ordinario, missioni di peacekeeping e tribunali internazionali — somma che gli Stati Uniti, va detto, contestano.

Il tempismo non è casuale: il versamento dovrebbe arrivare prima del discorso che Trump terrà all'Assemblea Generale a settembre, e un funzionario del Dipartimento di Stato ha precisato che "qualsiasi pagamento dipenderà da ulteriori riforme" — condizionando così l'ONU a un'ulteriore prova di buona condotta prima di vedere altri fondi. Nel frattempo, la stessa amministrazione ha tagliato i finanziamenti a diverse agenzie ONU e ritirato gli Stati Uniti da decine di organismi internazionali, mentre il segretario generale Guterres avverte da mesi di un rischio di "collasso finanziario imminente".

È il paradosso di chi rivendica "il primo vero taglio di bilancio nella storia dell'ONU" e poi presenta come un favore il pagamento di una frazione minima di un debito che nessuno, nemmeno Washington, nega del tutto. Che l'ONU sia un'istituzione da riformare, tra sprechi burocratici e inefficienze note, è un dato reale; ma condizionare la sopravvivenza finanziaria di un'organizzazione internazionale al calendario dei propri discorsi non è riforma: è leva politica travestita da generosità.

https://www.aol.com/articles/exclusive-us-plans-725-million-170021000.html

Il Capitano non si tocca (i fischi arrivano da Napoli) (ansa.it)

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Alla Versiliana, il senatore Massimiliano Romeo e il governatore lombardo Attilio Fontana hanno rimesso in discussione la leadership di Matteo Salvini, proponendo una "gestione di squadra" con Luca Zaia e i governatori più radicati sul territorio. Romeo ha fissato un ultimatum politico: prima di Pontida, il 20 settembre, "deve esserci l'occasione per trovare una soluzione insieme". Nel mirino, la deriva del partito "sempre più schiacciato sulla destra" e sondaggi che lo stesso Fontana definisce "impietosi".

A rispondere non sono stati i vertici del Carroccio, ma tre militanti arrivati da Napoli e Firenze, che hanno interrotto l'incontro con fischietti e cartelli gridando "il Capitano non si tocca". Un dettaglio che si commenta da solo: la fronda contro Salvini nasce nel cuore dell'ala nordista e identitaria del partito, mentre a difenderlo con più foga sono militanti del Sud — la stessa base elettorale che la vecchia Lega Nord considerava, nella migliore delle ipotesi, un problema da gestire.

Romeo e Fontana insistono che non si tratti di "una lotta contro Salvini", ma di restituire al partito "quella capacità che l'ha sempre portata a essere determinante". Formula elegante per dire, senza dirlo, che la strategia salviniana — identitaria, nazionale, sempre più sovrapponibile a quella di Fratelli d'Italia — starebbe erodendo l'identità originaria del Carroccio. Il redde rationem, se ci sarà, è fissato per il pratone di Pontida: il luogo dove la Lega racconta da sempre se stessa come comunità, proprio mentre fatica a spiegare chi sia davvero.

https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/08/20/a.fontana-e-romeo-contestati-alla-versiliana-salvini-non-si-tocca_0aaad5af-40ba-4539-8f34-7736e0c91eb1.html

Il libero scambio finisce alla dogana di Trump (apnews.com)

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Stati Uniti e Canada non hanno chiuso l’accordo commerciale annunciato appena tre giorni fa. Washington ha quindi fatto scattare dazi aggiuntivi del 50% su circa 20 miliardi di dollari di prodotti canadesi; Ottawa ha promesso una risposta equivalente. Le misure colpiscono una quota limitata dell’export canadese, ma aprono una frattura tutt’altro che simbolica tra due economie costruite per funzionare insieme.

Il paradosso è ormai il metodo: si annuncia l’intesa prima di averla firmata, poi si presenta il fallimento del negoziato come prova di forza. Per imporre le tariffe, la Casa Bianca ha rispolverato una norma del 1930, nata mentre l’economia mondiale precipitava nella Grande Depressione. Più che una politica industriale, sembra archeologia economica usata come manganello diplomatico.

I dazi vengono venduti come punizione contro il Canada, ma saranno pagati anche da imprese e consumatori americani. Quando perfino il vicino più integrato diventa un bersaglio, il messaggio agli altri alleati è semplice: con Washington gli accordi valgono fino al prossimo ultimatum.

https://apnews.com/article/857ef76b20a766e370d70176135b678e

Meloni al NYT: la luna di miele con Trump è già finita (agi.it)

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Nell'intervista al New York Times, Giorgia Meloni ammette che la scommessa fatta su Trump — una convergenza naturale su immigrazione e battaglia al "politicamente corretto" — non ha prodotto la relazione facile che si aspettava. Alla domanda diretta se sentirà il presidente americano nei prossimi mesi, la risposta è un evasivo "vedremo": non proprio il linguaggio di chi due anni fa presentava l'ascesa di Trump come un'opportunità storica per l'Italia.

La premier prova a ricucire lo strappo con una postura più istituzionale, dicendo di non voler legare la strategia italiana ai rapporti personali e ribadendo di non volere "un'Italia sottomessa". Ma è proprio questa la contraddizione che l'intervista lascia scoperta: chi ha costruito parte della propria narrazione internazionale sull'affinità ideologica con Trump ora deve spiegare, a un giornale straniero, perché quell'affinità non si sia tradotta in nulla di concreto per Roma.

Restano sullo sfondo i nodi mai sciolti — dazi, rapporti commerciali, la postura sull'Ucraina — su cui l'asse italo-americano avrebbe dovuto fare la differenza. L'ammissione al NYT, più che un incidente comunicativo, fotografa la distanza tra la promessa di un'Italia "protagonista" in Occidente e la gestione reale di un'alleanza che, a quanto pare, si è raffreddata da settimane.

https://www.agi.it/politica/news/2026-08-21/meloni-trump-facile-nyt-38630098/

Il mandato d'arresto per Netanyahu che nessuno eseguirà (ansa.it)

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La Turchia ha chiesto all'Interpol un red notice contro Netanyahu per il caso Flotilla di maggio, quando la marina israeliana intercettò circa 430 attivisti su 50 imbarcazioni dirette a Gaza, portandoli a Ktziot prima dell'espulsione. Le accuse — crimini contro l'umanità, genocidio, tortura — sono pesanti sulla carta, ma gli stessi statuti dell'Interpol vietano di processare notifiche a sfondo politico, e nessun analista si aspetta che l'organizzazione dia seguito a un mandato contro un capo di governo in carica.

Netanyahu ha risposto con toni speculari, bollando Erdogan come un "dittatore antisemita" che "occupa metà di Cipro" e "incarcera un numero record di giornalisti e oppositori" — accusa non priva di fondamento, visto il primato turco nella classifica mondiale dei reporter dietro le sbarre. Il risultato è uno scambio in cui ciascuno usa il diritto internazionale come clava retorica contro l'altro, senza che nessuno dei due Paesi accetti di sottoporsi realmente al giudizio di un tribunale terzo.

Resta il caso Flotilla in sé, che meriterebbe un accertamento indipendente sui fatti di maggio più che un derby di comunicati tra Ankara e Gerusalemme. Ma finché la giustizia internazionale funziona a targhe alterne — invocata contro i nemici, ignorata per i propri conti in sospeso — resterà quello che è già oggi: uno strumento di propaganda bilaterale più che di accertamento della verità.

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/08/21/caso-flotilla-ankara-emette-un-mandato-di-arresto-internazionale-per-netanyahu_8cae0749-de04-449d-9e75-8e127d042568.html

Meloni al New York Times: l'illusione infranta sul feeling con Trump (agi.it)

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Nell'intervista al New York Times, Giorgia Meloni ammette che il rapporto con Donald Trump non è andato come previsto: "pensavo sarebbe stato più facile", dice la premier, ricordando le affinità su immigrazione e battaglie identitarie che sembravano promettere un asse privilegiato tra Roma e Washington. Ha anche rivelato di non sentire il presidente americano "da diverse settimane" e, alla domanda se si sarebbero risentiti a breve, ha risposto con un evasivo "Vedremo".

È una crepa che vale la pena notare, perché per anni la premier ha costruito parte della propria narrativa internazionale proprio sulla presunta sintonia personale con Trump, presentata come un vantaggio competitivo per l'Italia in Europa. Ora, davanti a un quotidiano straniero, ammette che quella sintonia non si è tradotta in nulla di concreto, mentre in patria il racconto ufficiale resta quello di un governo che "conta" a Washington più di quanto contino i partner europei.

Meloni rivendica comunque di non volere un'Italia "subordinata": affermazione difficile da conciliare con mesi di appelli alla fedeltà atlantica assoluta, pronunciati proprio in nome di quella stessa vicinanza con l'amministrazione Trump che oggi, a quanto pare, produce più imbarazzi che risultati concreti.

https://www.agi.it/politica/news/2026-08-21/meloni-trump-facile-nyt-38630098/

Erdogan chiede l'arresto di Netanyahu: la giustizia come arma diplomatica (ansa.it)

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La Turchia ha presentato all'Interpol una richiesta di red notice contro Benjamin Netanyahu, accusato da un tribunale di Istanbul di genocidio, crimini contro l'umanità e sequestro di persona per l'assalto militare israeliano alla Global Sumud Flotilla, la spedizione che a maggio tentava di raggiungere Gaza con circa 430 attivisti a bordo. Il fascicolo coinvolge complessivamente 35 imputati.

Sul piano giuridico l'iniziativa vale poco: lo statuto dell'Interpol vieta di processare richieste a sfondo politico, e i red notice contro capi di governo in carica restano quasi sempre lettera morta. Erdogan lo sa bene, ma il gesto ha un pubblico preciso, tanto in patria quanto nel mondo islamico, dove la Turchia si propone come voce più intransigente contro Israele di quanto non facciano le cancellerie occidentali, Roma inclusa.

Netanyahu ha risposto bollando Erdogan come "dittatore antisemita" che opprime i curdi e imprigiona giornalisti e oppositori: un'accusa non priva di fondamento, ma che il premier israeliano ha sempre evitato di rivolgere ad alleati altrettanto autoritari quando gli facevano comodo. Tra chi userebbe volentieri il diritto internazionale come clava e chi lo ignora quando gli conviene, la vittima resta sempre la stessa: la credibilità del diritto internazionale in sé.

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/08/21/caso-flotilla-ankara-emette-un-mandato-di-arresto-internazionale-per-netanyahu_8cae0749-de04-449d-9e75-8e127d042568.html

La Turchia “arresta” Netanyahu (solo sulla carta) (ansa.it)

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Il ministero della Giustizia turco ha chiesto a Interpol un mandato di cattura internazionale contro Benyamin Netanyahu, accusato di genocidio, crimini contro l'umanità e tortura per l'abbordaggio della Global Sumud Flotilla dello scorso maggio, quando la marina israeliana intercettò una cinquantina di imbarcazioni con circa 430 attivisti diretti a Gaza, li detenne nel carcere di Ktziot e poi li espulse.

Il dettaglio che il comunicato di Ankara lascia sullo sfondo: Interpol non dà seguito a notifiche politicamente motivate contro capi di governo in carica, e la “red notice” richiesta non equivale a un mandato d'arresto internazionale esecutivo. Netanyahu, va ricordato, un mandato vero ce l'ha già dal novembre 2024, emesso dalla Corte penale internazionale per gli stessi fatti di Gaza — e nessuno stato lo ha mai eseguito.

Erdogan, che tiene in carcere più giornalisti di quasi ogni altro paese al mondo e occupa militarmente metà di Cipro dal 1974, si candida a paladino del diritto internazionale. Netanyahu ricambia definendolo “un dittatore antisemita che protegge Hamas”. Tra i due litiganti, il diritto internazionale resta a guardare: quello vero, quello con giurisdizione, è già stato emesso da un anno e mezzo e non ha spostato nulla.

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/08/21/caso-flotilla-ankara-emette-un-mandato-di-arresto-internazionale-per-netanyahu_8cae0749-de04-449d-9e75-8e127d042568.html

Meloni al NYT: “Con Trump pensavo fosse più facile” (ansa.it)

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In un'intervista al New York Times, Giorgia Meloni ammette che con Donald Trump “le cose sono andate diversamente” da quanto sperato: “Pensavo sarebbe stato più facile con lui, viste le nostre posizioni convergenti su immigrazione e cultura woke”. Da settimane, racconta, i due non si sentono; a chi le chiede se e quando torneranno a parlarsi risponde con un laconico “Vedremo”.

È l'ammissione, quasi en passant, che la sintonia ideologica non si traduce automaticamente in un asse politico: due leader che condividono slogan su confini e “woke” restano comunque due paesi con interessi diversi, e dazi, Ucraina e Nato non aspettano le affinità elettive.

Resta la postura da tenere in equilibrio. Meloni rivendica di non decidere “la strategia italiana in base ai miei rapporti personali” e chiude con l'immagine della “rivoluzione dell'orgoglio”: “Non mi piace l'idea di un'Italia sottomessa”. Peccato che l'accusa di sudditanza verso Washington sia proprio quella che la sua maggioranza rivolgeva ai governi precedenti — salvo scoprire ora che, pure con l'alleato “ideologicamente affine”, il copione non cambia granché.

https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/08/21/meloni-al-nyt-credevo-con-trump-sarebbe-stato-piu-facile-date_e8a985f1-b1d3-467b-9d4f-44471c877b2d.html

Dublino torna in Italia, gli slogan restano a Bruxelles

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Diversi Paesi europei hanno annunciato l’intenzione di riprendere i trasferimenti verso l’Italia dei richiedenti asilo che, secondo le regole di Dublino, devono essere esaminati dal Paese di primo ingresso. Roma aveva sospeso di fatto le riammissioni alla fine del 2022, richiamando la pressione sul sistema di accoglienza; ora il conto politico e amministrativo torna sul tavolo.

Il governo denuncia un’Europa che pretende solidarietà a senso unico. L’obiezione ha un fondamento, ma non cancella la contraddizione: per anni Roma ha promesso di cambiare le regole, mentre il nuovo Patto europeo non ha fatto sparire la responsabilità del primo ingresso. La propaganda ha dichiarato chiuso un problema che i trattati e le cancellerie non avevano chiuso affatto.

Il risultato è il rituale abituale: gli altri governi invocano le norme quando convengono, quello italiano invoca la sovranità quando scopre di non averle cambiate. In mezzo restano persone, prefetture e comuni. I confini si difendono anche negoziando accordi efficaci; i post indignati, invece, non fermano né i trasferimenti né gli sbarchi.