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Tutto quello che si vorrebbe dire ma che non si può dire

Politica

Ranucci-Report: l'accusa spunta, la Rai tace, il sostituto è già pronto (ilfattoquotidiano.it)

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La Rai non conferma né smentisce l'addio di Sigfrido Ranucci a Report, mentre da ambienti di governo trapela già il nome del sostituto indicato da Fratelli d'Italia, Federico Ruffo (volto di "Mi manda Rai Tre"). È il classico schema delle decisioni prese fuori dalle sedi ufficiali: nessuno si assume la responsabilità pubblica della scelta, ma tutti sanno già come andrà a finire.

In questo scenario si inserisce l'accusa della giornalista Angela Camuso, che racconta di presunte avance da parte di Ranucci risalenti a un colloquio di lavoro del 2018-2019, mai rese pubbliche in sette anni e riemerse proprio mentre si decide il futuro del programma. Camuso ha ogni diritto di raccontare quanto vissuto, e se i fatti fossero confermati sarebbero gravi; ma la coincidenza temporale con la partita politica su Report merita la stessa attenzione critica riservata al merito dell'accusa. Ranucci ha respinto le accuse e valuta azioni legali.

Da destra ci si è già mossi per usare la vicenda come argomento decisivo per l'uscita di scena del conduttore, salvo poi essere i primi a denunciare il "processo mediatico" quando a finirci coinvolti sono esponenti del proprio schieramento. Dall'altra parte, il silenzio di viale Mazzini su una decisione che riguarda l'autonomia editoriale del servizio pubblico non è meno eloquente. Tra accuse da verificare e manovre di palazzo, a rimetterci rischia di essere sempre la stessa cosa: la credibilità di chi dovrebbe garantire l'indipendenza dell'informazione pubblica.

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/08/20/ranucci-fuori-da-report-la-rai-non-smentisce-ma-rischia-il-boomerang-e-fdi-ha-gia-il-candidato/8483390/

Extraprofitti, l’Europa riscopre il conto (tagesschau.de)

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Germania, Italia, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna chiedono una tassa europea sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere. In una lettera alla presidenza irlandese dell’Unione, i sei governi collegano la proposta all’aumento dei prezzi energetici e del costo della vita provocato dalla crisi mediorientale.

Il principio è difficilmente scandaloso: se una guerra gonfia utili che non dipendono da innovazione o maggiore efficienza, una parte di quella rendita può finanziare gli aiuti a famiglie e imprese che pagano la stessa crisi in bolletta. Scandaloso, semmai, è che l’Europa debba riscoprirlo a ogni emergenza come se fosse la prima volta.

Una misura comune eviterebbe il consueto mosaico di tasse nazionali, deroghe e sedi fiscali mobili. Ma tra una lettera e un prelievo effettivo c’è tutta la distanza europea fra l’indignazione coordinata e la decisione comune. Le compagnie incassano adesso; Bruxelles, come spesso accade, apre il calendario delle riunioni.

https://www.tagesschau.de/inland/innenpolitik/uebergewinnsteuer-klingbeil-eu-100.html

Il Capitano non si tocca (i fischi arrivano da Napoli) (ansa.it)

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Alla Versiliana, il senatore Massimiliano Romeo e il governatore lombardo Attilio Fontana hanno rimesso in discussione la leadership di Matteo Salvini, proponendo una "gestione di squadra" con Luca Zaia e i governatori più radicati sul territorio. Romeo ha fissato un ultimatum politico: prima di Pontida, il 20 settembre, "deve esserci l'occasione per trovare una soluzione insieme". Nel mirino, la deriva del partito "sempre più schiacciato sulla destra" e sondaggi che lo stesso Fontana definisce "impietosi".

A rispondere non sono stati i vertici del Carroccio, ma tre militanti arrivati da Napoli e Firenze, che hanno interrotto l'incontro con fischietti e cartelli gridando "il Capitano non si tocca". Un dettaglio che si commenta da solo: la fronda contro Salvini nasce nel cuore dell'ala nordista e identitaria del partito, mentre a difenderlo con più foga sono militanti del Sud — la stessa base elettorale che la vecchia Lega Nord considerava, nella migliore delle ipotesi, un problema da gestire.

Romeo e Fontana insistono che non si tratti di "una lotta contro Salvini", ma di restituire al partito "quella capacità che l'ha sempre portata a essere determinante". Formula elegante per dire, senza dirlo, che la strategia salviniana — identitaria, nazionale, sempre più sovrapponibile a quella di Fratelli d'Italia — starebbe erodendo l'identità originaria del Carroccio. Il redde rationem, se ci sarà, è fissato per il pratone di Pontida: il luogo dove la Lega racconta da sempre se stessa come comunità, proprio mentre fatica a spiegare chi sia davvero.

https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/08/20/a.fontana-e-romeo-contestati-alla-versiliana-salvini-non-si-tocca_0aaad5af-40ba-4539-8f34-7736e0c91eb1.html

Meloni al NYT: la luna di miele con Trump è già finita (agi.it)

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Nell'intervista al New York Times, Giorgia Meloni ammette che la scommessa fatta su Trump — una convergenza naturale su immigrazione e battaglia al "politicamente corretto" — non ha prodotto la relazione facile che si aspettava. Alla domanda diretta se sentirà il presidente americano nei prossimi mesi, la risposta è un evasivo "vedremo": non proprio il linguaggio di chi due anni fa presentava l'ascesa di Trump come un'opportunità storica per l'Italia.

La premier prova a ricucire lo strappo con una postura più istituzionale, dicendo di non voler legare la strategia italiana ai rapporti personali e ribadendo di non volere "un'Italia sottomessa". Ma è proprio questa la contraddizione che l'intervista lascia scoperta: chi ha costruito parte della propria narrazione internazionale sull'affinità ideologica con Trump ora deve spiegare, a un giornale straniero, perché quell'affinità non si sia tradotta in nulla di concreto per Roma.

Restano sullo sfondo i nodi mai sciolti — dazi, rapporti commerciali, la postura sull'Ucraina — su cui l'asse italo-americano avrebbe dovuto fare la differenza. L'ammissione al NYT, più che un incidente comunicativo, fotografa la distanza tra la promessa di un'Italia "protagonista" in Occidente e la gestione reale di un'alleanza che, a quanto pare, si è raffreddata da settimane.

https://www.agi.it/politica/news/2026-08-21/meloni-trump-facile-nyt-38630098/

Meloni al New York Times: l'illusione infranta sul feeling con Trump (agi.it)

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Nell'intervista al New York Times, Giorgia Meloni ammette che il rapporto con Donald Trump non è andato come previsto: "pensavo sarebbe stato più facile", dice la premier, ricordando le affinità su immigrazione e battaglie identitarie che sembravano promettere un asse privilegiato tra Roma e Washington. Ha anche rivelato di non sentire il presidente americano "da diverse settimane" e, alla domanda se si sarebbero risentiti a breve, ha risposto con un evasivo "Vedremo".

È una crepa che vale la pena notare, perché per anni la premier ha costruito parte della propria narrativa internazionale proprio sulla presunta sintonia personale con Trump, presentata come un vantaggio competitivo per l'Italia in Europa. Ora, davanti a un quotidiano straniero, ammette che quella sintonia non si è tradotta in nulla di concreto, mentre in patria il racconto ufficiale resta quello di un governo che "conta" a Washington più di quanto contino i partner europei.

Meloni rivendica comunque di non volere un'Italia "subordinata": affermazione difficile da conciliare con mesi di appelli alla fedeltà atlantica assoluta, pronunciati proprio in nome di quella stessa vicinanza con l'amministrazione Trump che oggi, a quanto pare, produce più imbarazzi che risultati concreti.

https://www.agi.it/politica/news/2026-08-21/meloni-trump-facile-nyt-38630098/

Meloni al NYT: “Con Trump pensavo fosse più facile” (ansa.it)

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In un'intervista al New York Times, Giorgia Meloni ammette che con Donald Trump “le cose sono andate diversamente” da quanto sperato: “Pensavo sarebbe stato più facile con lui, viste le nostre posizioni convergenti su immigrazione e cultura woke”. Da settimane, racconta, i due non si sentono; a chi le chiede se e quando torneranno a parlarsi risponde con un laconico “Vedremo”.

È l'ammissione, quasi en passant, che la sintonia ideologica non si traduce automaticamente in un asse politico: due leader che condividono slogan su confini e “woke” restano comunque due paesi con interessi diversi, e dazi, Ucraina e Nato non aspettano le affinità elettive.

Resta la postura da tenere in equilibrio. Meloni rivendica di non decidere “la strategia italiana in base ai miei rapporti personali” e chiude con l'immagine della “rivoluzione dell'orgoglio”: “Non mi piace l'idea di un'Italia sottomessa”. Peccato che l'accusa di sudditanza verso Washington sia proprio quella che la sua maggioranza rivolgeva ai governi precedenti — salvo scoprire ora che, pure con l'alleato “ideologicamente affine”, il copione non cambia granché.

https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/08/21/meloni-al-nyt-credevo-con-trump-sarebbe-stato-piu-facile-date_e8a985f1-b1d3-467b-9d4f-44471c877b2d.html

Dublino torna in Italia, gli slogan restano a Bruxelles

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Diversi Paesi europei hanno annunciato l’intenzione di riprendere i trasferimenti verso l’Italia dei richiedenti asilo che, secondo le regole di Dublino, devono essere esaminati dal Paese di primo ingresso. Roma aveva sospeso di fatto le riammissioni alla fine del 2022, richiamando la pressione sul sistema di accoglienza; ora il conto politico e amministrativo torna sul tavolo.

Il governo denuncia un’Europa che pretende solidarietà a senso unico. L’obiezione ha un fondamento, ma non cancella la contraddizione: per anni Roma ha promesso di cambiare le regole, mentre il nuovo Patto europeo non ha fatto sparire la responsabilità del primo ingresso. La propaganda ha dichiarato chiuso un problema che i trattati e le cancellerie non avevano chiuso affatto.

Il risultato è il rituale abituale: gli altri governi invocano le norme quando convengono, quello italiano invoca la sovranità quando scopre di non averle cambiate. In mezzo restano persone, prefetture e comuni. I confini si difendono anche negoziando accordi efficaci; i post indignati, invece, non fermano né i trasferimenti né gli sbarchi.

Sui migranti il sovranismo scopre il regolamento di condominio europeo (ansa.it)

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Dopo Germania, Austria e Svizzera, anche Finlandia e Sweden hanno deciso di applicare le regole europee sui cosiddetti “dublinanti”, cioè richiedenti asilo arrivati inizialmente in Italia e successivamente spostatisi in altri Paesi. Stoccolma ha confermato di avere già effettuato trasferimenti verso l'Italia e di voler continuare; Helsinki li sta preparando.

Ed è difficile non cogliere l'ironia politica. Per anni il dibattito italiano sull'immigrazione ha insistito sul principio che ogni Stato debba difendere i propri confini e che l'Europa debba finalmente applicare le regole. Ora alcuni governi europei stanno facendo esattamente questo, soltanto che la regola porta i migranti verso l'Italia. Nel 2025 le richieste di trasferimento Dublino nell'UE sono state circa 111 mila, secondo i dati Eurostat riportati da ANSA: non significa che arriveranno tutte in Italia, ma chiarisce che il fenomeno non è semplicemente simbolico.

Francia e Spagna, paradossalmente, hanno scelto per ora una strada diversa: Madrid preferisce utilizzare i meccanismi europei di solidarietà, mentre Parigi punta sulla cooperazione con Roma anziché annunciare nuovi trasferimenti.

La lezione è piuttosto semplice: in Europa il principio «ognuno si occupi dei migranti che gli competono» suona benissimo finché il Paese competente è quello degli altri. Quando diventa il nostro, improvvisamente si riscopre il valore della solidarietà europea.

https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2026/08/20/nel-2025-i-dublinanti-in-europa-erano-111mila-36mila-solo-in-germania_7147ab91-d35e-4d2b-9fa9-a0f4fef37255.html

Meloni ha finalmente trovato l'opposizione. Alla sua destra

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Per anni Giorgia Meloni ha costruito la propria fortuna politica spostando continuamente il confine un po' più a destra: più fermezza sull'immigrazione, più identità, meno concessioni sui diritti. Poi è arrivato Vannacci e ha fatto una cosa piuttosto semplice: ha continuato a spostarlo.

Ora Futuro Nazionale viene dato al 7% nel sondaggio citato da Le Monde, davanti a Lega e Forza Italia, e nella maggioranza sembra essere iniziata una curiosa gara a dimostrare chi sia il meno moderato. Vannacci parla di “remigrazione”, Piantedosi rivendica che sulle espulsioni il governo italiano sarebbe già “un modello”. Vannacci insiste sull'identità europea, Meloni rilancia sulle radici cristiane. Il problema non è tanto che Vannacci possa arrivare al governo: è che, almeno sul terreno culturale, sembra riuscire a spostare quello che c'è già.

È il piccolo paradosso di questa destra. Meloni per anni ha accusato gli altri di rincorrere le sue battaglie; adesso è lei a dover guardare continuamente alla propria destra per paura di perdere elettori.

Forse è questa la vendetta più ironica. Giorgia Meloni ha passato anni a spiegare che bisognava spostare il confine.

Qualcuno l'ha ascoltata.

E ha continuato a spostarlo.

Silvia Salis e quello strano vizio della sinistra di avere paura di chi potrebbe vincere

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C'è una cosa che la sinistra italiana riesce a fare con una puntualità quasi commovente: iniziare a litigare sul proprio candidato prima ancora che esista un candidato.

Silvia Salis, per esempio, al momento non si è candidata alle primarie del centrosinistra. Non ha annunciato di voler lasciare Genova, non si è dimessa da sindaca e, soprattutto, queste benedette primarie non sono state nemmeno indette. Eppure sul Fatto Quotidiano è già comparso un intervento dal titolo piuttosto definitivo: “Se Silvia Salis si candiderà davvero alle primarie, saremo molti a non volerla più sostenere”.

Quel “se” è meraviglioso, perché siamo praticamente alla sfiducia preventiva. Non sappiamo se si candiderà, ma nel dubbio possiamo già cominciare a spiegarle perché non dovrebbe farlo.

La cosa diventa ancora più curiosa se pensiamo a quello che raccontiamo da anni. La destra ha l'uomo solo al comando, noi abbiamo la partecipazione. Loro hanno il capo, noi discutiamo. Loro scelgono dall'alto, noi facciamo le primarie e lasciamo decidere agli elettori.

Poi arriva la possibilità che alle primarie partecipi qualcuno che magari potrebbe persino vincerle e improvvisamente scopriamo che la partecipazione dal basso è bellissima, purché dal basso venga fuori il nome giusto.

Salis, tra l'altro, ha un difetto politico piuttosto grave: ha già vinto un'elezione.

A Genova ha messo insieme una coalizione larghissima, dal Movimento 5 Stelle fino all'area centrista, ed è riuscita a vincere al primo turno. In un centrosinistra che da anni organizza convegni per capire come costruire il famoso “campo largo”, qualcuno è riuscito semplicemente a costruirlo e a vincerci le elezioni.

Naturalmente la nostra prima reazione non poteva che essere: attenzione, potrebbe essere pericolosa.

Poi c'è l'aggravante definitiva: Matteo Renzi ha detto che Salis sarebbe un nome forte. E qui entriamo direttamente nel campo della contaminazione politica. Renzi ormai non ha neppure bisogno di allearsi con qualcuno per metterlo nei guai: gli basta dire che gli piace. È una specie di maledizione. Se domani dichiarasse pubblicamente di apprezzare la carbonara, entro sera avremmo probabilmente una corrente del PD favorevole all'amatriciana.

Nel frattempo Giorgia Meloni può osservare tutto con una certa serenità. Perché mentre il centrosinistra dovrebbe chiedersi come costruire una coalizione capace di batterla, una sua parte è già impegnata a stabilire chi non deve guidarla. Prima delle primarie, prima delle candidature e possibilmente prima ancora di conoscere le regole.

Continuiamo pure così. Prima o poi riusciremo finalmente a trovare il candidato perfetto per mettere d'accordo tutta la sinistra italiana.

Giorgia Meloni.